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L'ETA' ANTICA
In vari momenti e in occasioni differenti tracce delle fasi
di vita del comprensorio scannese, sebbene non cospicue, sono
apparse in vari ambiti, a fornire spunti alla ricerca
archeologica per la ricomposizione di un articolato processo
storico, per alcuni momenti ancora lacunoso.
Contesti relativi a
insediamenti umani sono stati indagati sulle pendici del Toppe
Vurgo: risalenti al Paleolitico (ca. 400.000-350.000 anni fa),
costituiscono la prima testimonianza di frequentazione in un
settore per lungo tempo ancora interessato, a differenti quote,
da insediamenti umani; reperti attribuibili al Neolitico (V
millennio a.C.), attestati invece sul Monte Genzana, segnano
un’ulteriore fase di sfruttamento del territorio, secondo nuovi
processi determinati dagli sviluppi noti anche in aree
limitrofe. I reperti di epoca successiva, appartenenti al
periodo compreso tra la fine dell’età del Bronzo e gli inizi di
quella del Ferro (X-IX sec. a.C.), sono stati recuperati durante
la costruzione della viabilità circumlacuale, sulla riva
sinistra del lago: il fondo di una capanna, riconosciuto anche
da resti del rivestimento, è stato datato in base ai frammenti
di ceramica di impasto rinvenuti sul posto, ascrivibili al
periodo subappenninico-protovillanoviano. Una tale struttura,
probabilmente non isolata, fa supporre l’esistenza di un
insediamento più ampio posizionato lungo le sponde del bacino
lacustre.
In seguito, sono le sepolture
a suggerire la presenza di insediamenti umani in vari ambiti del
territorio oggi gravitanti intorno al centro abitato: tombe a
inumazione, rinvenute nel 1898 durante i lavori per aumentare la
portata dell’acqua alla fontana del paese (a destra del
Carapale, a sud di Scanno) e tipologicamente affini a quelle “a
lastroni”, ossia con copertura e foderatura della fossa
realizzate in lastre di pietra locale, hanno restituito reperti
attribuibili al Vl-IV sec. a.C.: olle, anforette e kyathoi
di ceramica a mano costituivano il corredo dell’inumato,
accompagnato anche da oggetti di ornamento in bronzo, tipici del
periodo (catenine a doppia maglia, vasetto miniaturistico
utilizzato come pendente e doppia spirale).
Sempre nel 1898, una sola
sepoltura ad inumazione dello stesso periodo fu rinvenuta in
località Acquaviva, nelle immediate vicinanze del lago, lungo la
sponda meridionale; appartenente a un individuo adulto,
conservava come oggetti distintivi una punta di lancia e un
pugnale di ferro, chiari indizi di una comunità in cui le armi
costituiscono un elemento necessario per la connotazione sociale
e la sopravvivenza del gruppo familiare.
Il tipo di sepoltura a
lastroni è frequente nell’Abruzzo interno di età italica e
consente di inserire gli esempi scannesi in un ambito più ampio
di cui la necropoli di Alfedena costituisce il nucleo meglio
indagato, insieme ai limitrofi ritrovamenti di Villetta Barrea
(Colle Ciglio), Opi (Val Fondillo) e Anversa degli Abruzzi (loc.
Coccitelle); gli oggetti rinvenuti a Scanno nel 1898 furono
conservati nei Museo di Alfedena e riprodotti nella monografia
dedicata alla necropoli dal Mariani nel 1901, come valido
confronto per i ritrovamenti qui effettuati. In effetti Scanno
si pone lungo un antico percorso interno che dall’area
aufidenate raggiunge la Valle del Sagittario
e da qui il territorio sulmonese, con esiti molteplici e
più complessi.
La distribuzione delle
sepolture scannesi del VI-IV sec. a.C. consente di ricostruire,
per questa epoca, una occupazione sparsa del territorio, in
prossimità di fonti d’acqua, secondo un modello diffuso nella
regione e in parte conservatosi anche dopo l’urbanizzazione di
vasti ambiti seguita alla guerra sociale del I sec. a.C. In tale
arco di tempo un ruolo importante di organizzazione del
territorio e di riferimento topografico fu svolto dai luoghi di
culto determinati dalla presenza di fattori naturali e da un
forte senso del divino radicato nelle popolazioni.
In maniera analoga a molti
siti dell’Abruzzo, anche a Scanno rinvenimenti di gruppi di
piccoli bronzi raffiguranti Ercole, la divinità maggiormente
venerata in epoca italica nelle regioni dell’Italia centrale,
consente di individuare luoghi in cui il culto era praticato, da
solo o in associazione con altri, in stretto legame con la
fervida attività pastorale della zona, affidata a Ercole
protettore delle greggi. Nel 1874, in località Acquaviva, dove
si rinvenne in seguito anche la tomba a inumazione già citata,
furono scoperte alcune statuette di Ercole, del tipo in assalto
(promachos); uno degli esemplari, oggi non più
conservato, alto 27 cm, raffigurava l’eroe con la pelle del
leone nemeo avvolta sul capo e legata sul petto, e tre piccoli
globi nella mano sinistra, a indicare i pomi del giardino delle
Esperidi, oggetto di una delle fatiche sostenute. Un altro
gruppo di circa trenta statuette di bronzo di Ercole si rinvenne
nel 1838 nella località Fonte Coperta, lungo la riva sinistra
del torrente Carapale, sito ugualmente interessato dal
ritrovamento di sepolture; qui gli altri materiali recuperati,
poi dispersi, esemplificano tipologie ricorrenti in contesti
cultuali: statuette di bronzo non meglio specificate, di cui
una “perfettissima di forme” fu venduta ad antiquari romani;
bovidi in terracotta e monete si ritrovano in contesti sacri a
partire dal IV-III sec. a.C., custoditi nelle fosse votive di
raccolta degli oggetti dedicati alla divinità.
Nei due siti esaminati
l’assenza di strutture murarie consente di poter ipotizzare
l’esistenza di culti all’aperto, presso altari che, in altri
contesti limitrofi, furono in seguito oggetto di un articolato
processo di monumentalizzazione, come nel caso del santuario di
Ercole Curino a Sulmona e in quello di Jovis Larene a
Cansano.
Le fasi successive alla
guerra sociale del I sec. a.C., con la conseguente definizione
giuridica dei territori definitivamente assoggettati e
l’attribuzione dell’area scannese alla tribù Sergia,
come il territorio peligno, hanno lasciato tracce ancora labili
e a volte controverse, tanto da rendere incerta una
ricostruzione che non si avvale di resti architettonici, ma si
fonda su alcuni testi epigrafici la cui origine è ancor oggi
discussa.
Uno dei siti maggiormente indiziato come
sede di uno stanziamento in età tardo-repubblicana e imperiale è
il settore a est del paese, nelle località denominate Giardino,
Collangelo, lovana; più in alto i moderni toponimi Vallone dei
Romani e Fontana dei Romani suggeriscono lontane ascendenze,
dalla tradizione locale connesse al passaggio delle legioni
romane verso l’altopiano delle Cinquemiglia. Sul Collangelo il
rinvenimento di materiali da costruzione e di tombe,
testimoniato dal De Nino nel testo del 1905, sembrerebbe
avvalorare la notizia del rinvenimento di tre iscrizioni (CIL
IX, 3088, 3104, 3117) che hanno ripetutamente stimolato gli
studiosi alla ricerca di una soluzione topografica e storica
richiesta dal contenuto dei testi e dalle indicazioni dei luoghi
di ritrovamento. Le tre iscrizioni, di carattere sepolcrale,
coprono un arco cronologico compreso tra la fine del I sec. a.C.
e il I sec. d.C. e sono oggi murate, secondo una diffusa
consuetudine di riutilizzo di blocchi lapidei, l’una nella
chiesa di San Giovanni Battista (CIL IX, 3088; foto 4),
l’altra in quella di San Rocco o Madonna del Carmine (CIL IX,
3104; foto 5), mentre non è più rintracciabile la terza (CIL IX,
3117); quest’ultima è nota da una incerta trascrizione del
Febonio, autore di una Historia Marsorum del 1678 nella
quale, secondo Colarossi Mancini, il toponimo Collangelo fu
forse confuso con il Colle Sant’Angelo, nei pressi della già
citata località Acquaviva. Infine, oggi nel
Museo della Lana,
ma un tempo murata in un edificio privato nella località
Giardino, nelle vicinanze del luogo di ritrovamento delle altre,
si conserva un’iscrizione rinvenuta nel 1921 nel Fosso lovana,
nella quale compaiono i medesimi gentilizi (Alfius e
Gaidius) attestati nelle due precedenti ancora conservate.
Le difficoltà poste da due delle iscrizioni
sono dovute alla presenza di cariche magistratuali afferenti a
un municipium: decurio primus a Betifulo e IIIIvir
aedilis sono indicati rispettivamente C. GAIDIUS L. F(ILIUS)
PRAESENS (iscrizione di San Giovanni Battista) e L. CAIDIUS L.
F(ILIUS) AFER (iscrizione nel Museo della Lana), nel secondo
caso nella forma corretta del gentilizio. L’impossibilità di una
presenza nell’area scannese di tali figure magistratuali, dovuta
alla mancanza di un centro urbano giuridicamente definito e
strutturato nelle forme consuete di amministrazione che
prevedevano i decuriones nell’ordo del municipium
e i IIIIviri aediles
quali magistrati, ha portato a ipotizzare la provenienza delle
iscrizioni scannesi da Sulmona o dal territorio circostante e un
loro riutilizzo nei luoghi di rinvenimento. In tal caso verrebbe
a cadere la localizzazione nella zona di Scanno del
pagus Betifulus,
unità territoriale che comprende
sia agglomerati
(vici) che case sparse, come lascerebbe ipotizzare il
ruolo rivestito da C. Gaidius L. f(ilius) Praesens che
“fu il primo decurione da Betifulo” a prender parte alla vita
politica del municipium di Sulmo nel I sec. d.C. e
forse a essere poi seppellito nel luogo di origine; dal
comprensorio proviene anche un altro decurione, L. Obidius
Sagites, citato nell’iscrizione ormai perduta proveniente
dalla chiesa di San Pietro presso Villalago (CIL IX; 3093:
OBlDIA/ AMOR/ VIVA SIBI/ L. OB[I]DI SAGITES DECURIONIS
FILIA).
Sebbene in area sulmonese
molteplici siano le località nelle quali potrebbe essere
riconosciuto il pagus Betifulus, le indicazioni in
possesso non indirizzano verso posti certi; la diffusione del
gentilizio Caidius (Caedius) tuttavia è attestata con
frequenza proprio a Sulmona, già in un’iscrizione in dialetto
peligno, indicata come proveniente da Fonte d’Amore, e poi in
due in latino (CIL IX, 3087, murata nell’abside della cattedrale
di San Panfilo e 3092, oggi non più rintracciabile), mentre
Alfius, presente nel I sec. D.C., compare nell’altra
iscrizione conservata nella chiesa di San Rocco di Scanno e in
una non più rintracciabile di Sulmona (CIL IX, 3085).
Risulta comunque singolare l’attestazione
degli stessi gentilizi nella medesima località, mentre permane
la difficoltà nel comprendere i motivi e i modi di uno
spostamento dei pesanti blocchi iscritti da Sulmona, avvenuto
già nel Seicento, come nel caso testimoniato dal Febonio a
proposito di CIL IX, 3088. Sembra invece di poter leggere in
queste epigrafi, il cui il modello è chiaramente urbano
soprattutto nel formulario utilizzato nonostante qualche
difficoltà ortografica, una volontà di esaltare i compaesani
illustri che onorano con le proprie cariche i luoghi di origine,
come accade anche nel vicus Anninus, odierna Lecce dei
Marsi, che pone una dedica ad A. Virgio Marso, magistrato e
prefetto. In tal modo il territorio scannese, giuridicamente
definito nelle forme di pagus, costituirebbe una comunità
rurale con un ruolo centrale in una economia basata sulla
pastorizia e i connessi commerci, che attraverso i propri
abitanti partecipa alla vita amministrativa del municipium;
tuttavia, oltre alle indicazioni del De Nino, la mancanza di
una sistematica ricognizione di superficie e di successivi e
programmati interventi di scavo, sulla base di una necessaria
carta archeologica, non ha finora consentito di rintracciare
l’effettiva esistenza ed eventuale consistenza di insediamenti
di età tardo-repubblicana e imperiale, che verrebbero a fornire
definitivamente dei riscontri reali alle ipotesi finora ancorate
a dati non sufficientemente certi.
Manuela Ceccaroni
Scanno Guida storico-artistica alla città e dintorni
CARSA ED.
DAL MEDIOEVO AI NOSTRI GIORNI
.
Il diluvio longobardo si abbatté sulla nostra penisola fra il
568 e il 572. Si stanziarono anche in gran parte delle contrade
abruzzesi, lasciando ai Bizantini solo sporadiche sacche di
presidio, lungo le coste. Le poche notizie su questo popolo
provengono dagli archivi di Bisanzio, da Strabone e da Tacito.
Nomadi pastori e saccheggiatori, senza alcuna nozione di
agricoltura, adoravano le capre, il Sole e la Terra. Grandi e
grossi, portavano barboni e capelli lunghissimi, anche davanti
al volto, con la nuca rasata. Qualcosa della tempra e della
durezza di carattere di questo popolo, oltre che della forte
vocazione nomade, deve essere rimasto negli abitanti delle
nostre montagne, prima pastori, poi emigranti.
Arrivarono in circa
trecentomila. Paolo Diacono racconta che “le greggi vagavano
abbandonate nelle vaste pianure, i genitori lasciavano insepolte
le salme dei figli, il grano attendeva invano la falce i
grappoli d’uva marcivano nei vigneti Dovunque silenzio,
desolazione, fetore di cadaveri in decomposizione ammucchiati
nelle piazze o sparsi nelle campagne”. Come gran parte dei
popoli nomadi, i Longobardi possedevano però i dono della
tolleranza. Essi assimilavano culture, credenze, usanze e
religioni; strumentalizzando tutto ai fini del saccheggio e del
genocidio. Secondo l’uso furono da essi istituiti sette
gastaldati: Marsi, Amiterno, Penne, Chieti, Forcena, Aprutium,
Valva. I confini degli stessi erano coincidenti con quelli della
giurisdizione diocesana; in quello di Valva erano compresi gli
insediamenti dell’alta Valle del Sagittario, fino a Scanno.
In seguito, con la
istituzione dei trentasei Ducati, vennero spazzati via gli
ultimi formali privilegi delle dinastie senatoriali romane.
Posizione di preminenza, per l’irrequietezza e l’aggressività,
assunsero nella confederazione quelli di Pavia, Friuli,
Benevento e Spoleto, del quale ultimo Scanno continuò a far
parte anche sotto il dominio dei Franchi (774). Intorno all’anno
1000 il titolo di conte divenne ereditario; conti del gastaldato
di Valva erano, a quell’epoca, Berardo, Todino e Randisio. Nel
1042 il dominio passò a Borello che, dopo essersi trasferiti
nella Valle del Sangro, assunsero il nome di di Sangro. Uno dei
conti di Sangro, Rinaldo, fu alleato di Federico Il, che aveva
stipulato un accordo col sultano Al Kamil ottenendo nel 1229 il
controllo di tutti i luoghi più importanti per la cristianità
Paradossalmente l’accordo aveva scatenato le ire del Papa
Gregorio IX, che riteneva inaccettabile trattare con gli
infedeli, a quell’epoca considerati carne da macello. Rendendosi
conto del pericolo, Federico ricercò un incontro pacificatore,
per far rientrare la scomunica che nel frattempo lo aveva
colpito, ma Gregorio si rifiutò di riceverlo, tramando con i
comuni del nord per creargli difficoltà. La disputa
ultradecennale non avrà termine neppure nel 1241, con la morte
del centenario Papa Gregorio, e procurerà lutti, saccheggi
all’una e all’altra parte, oltre che a molti comuni dell’Italia
centrale, fra cui Scanno, rasa al suolo venti anni prima da un
terribile terremoto e nuovamente distrutta dai mercenari guelfi.
Furono probabilmente risparmiate da ambedue le calamità le
chiese di Sant’Eustachio e di Santa Maria della Valle, l’antica
Santa Maria de Scanno, entrambe citate nelle bolle papali di
Adriano VI del 1156, di Lucio III del 1183, di Clemente III del
1188. Questo fu probabilmente il periodo più buio dell’intera
storia del paese, flagellato da disgrazie naturali di ogni
genere e da molteplici faide e odi di fazione.
Se si considerano
l’altitudine e l’orografia di questi territori, il fatto che si
siano costituiti nuclei urbani dell’importanza di Scanno
apparirà incredibile ai viaggiatori che, a cavallo dei secoli
XIX-XX, si affacciarono in questo isolato cantone dell’Abruzzo
interno. La spiegazione di questo accadimento comporta qualche
considerazione sulla storia degli insediamenti umani, che è
parte fondamentale dello sviluppo socio-economico della zona.
In un documento del 1069,
inserito nella Storia di Montecassino del Gattula,
vengono descritti i confini di interesse dell’abbazia: “Fine
Scannum et fine serra di caminu de ipsu monte, et fine serra de
Monte De Argatone et pergit in Serra de Monte de Pile et pergit
in ipso renieczo (Sasso Renicino?) et ab inde ascendit per ipsum
montem de Peretola et venit in Macula de Lumenta, et venit per
ipsa Pesclatura, que venit in ipso Varecu et venit in Furca
Silvagni, et pergit percacumen de Monte Sant’Angeli et
descendente per ipsum montem et venit super ipse petre que sunt
in pede de Castro Sant’Angeli et pergit per ipsum Pessuletum et
ipse petre ubi Lecina vocatur et pergit per ipsu lacu ad coda de
Tassetu et pergit longu ipsu lacu de voluntate et venit ad
Scannum in priores fines”.
Solo alcuni dei nomi di
località riportati nel documento sono identificabili con
certezza, ma sono sufficienti ad accertare che il confine
territoriale di Scanno saliva a ovest sul Monte Argatone,
correva poi a nord e nord-ovest, sulla cresta che fa seguito
all’Argatone stesso, volgeva quindi verso est, lungo la costa
ancor oggi chiamata Macchia Giumenta, sotto l’abitato di
Castrovalva, saliva alla vetta del Monte Genzana (Cacumen de
Monte Sant’Angeli), discendendo alle Coste di Secina, nome
tuttora vivo, raggiungendo infine il gomito del fiume Tasso
(Cauda de Tassetu), e lungo il lago tornava a Scanno. Esisteva
dunque già allora un Castrum Sant’Angeli ed esisteva
Scanno, ma non è certo che fosse ubicato nel sito attuale, bensì
lungo le rive del lago, nella località attualmente chiamata
Acquevive.
Al di là del valore
storiografico, il documento ha un rilievo poiché rende evidente
che il territorio attribuito al “feudo” era, già 1000 anni fa,
di entità rilevante, sostanzialmente coincidente con la
congruità comunale odierna. In una deposizione del 1553, per una
causa riguardante la Contrada Le Coste un tal Nicola de Septe
attesta con altri che: “Como vicino et coniocto al territorio Le
Coste (a confine con il lago) ci se un castello disfacto
chiamato Scano vecchio”, Il documento di cui sopra indica il
nome di Sant’Angelo, che si trovava in località Acquevive, a
nord rispetto al lago, che dava il nome di Sant’Angelo anche
alla collina retrostante, oggi chiamata Sant’Egidio. Si nomina
infine un castello che non dovette continuare a esistere ancora
per molti anni; di questo castello troviamo traccia anche
nell’Archivio municipale di Scanno. Il castello non viene
infatti più nominato insieme agli altri citati della diocesi
nella Bolla Corografica del 1118, dove viene riferito che
i suoi abitanti trasmigrarono a Scanno, che esisteva già da un
millennio! Il nome di Sant’Angelo cadde definitivamente, tant’è
che nel 1553, come attestato dal documento, la località veniva
chiamata “Scano Vechio”. Solo nel 1273 Scanno, con gli altri
centri della zona, in seguito alla divisione del Giustizierato
d’Abruzzo decisa da Carlo d’Angiò, era entrato a far parte
dell’Abruzzo Citeriore. Nel 1315, a seguito di un matrimonio,
tutte le terre comprendenti Scanno pervennero sotto il dominio
dei d’Aquino, che lo mantennero per oltre due secoli, fino al
1563, quando Ferrante Francesco d’Aquino fu costretto a cedere
gran parte dei propri possedimenti ai d’Afflitto, Conti di
Trivento.
Risparmiamo al lettore le
mille traversie che ci conducono fino al 1662, anno in cui il
dominio di tutte le terre del feudo di Scanno venne nelle mani
di Tommaso d’Afflitto, conte di Loreto Aprutino, primo esponente
della famiglia d’Afflitto che eresse stabilmente a Scanno la
propria residenza. Sotto il dominio dei d’Afflitto cominciarono
a registrarsi i primi segnali di indebolimento del principato.
Causa principale di questo declino fu certamente la creazione
della Dogana di Puglia. Le popolazioni cominciarono a
manifestare segni di intolleranza del rapporto di tipo feudale e
prevalsero sempre più frequentemente segni di ribellione nei
confronti dei signorotti locali. Incerte sono le notizie
riguardanti il progressivo abbandono di taluni dei centri
preesistenti a Scanno. Si può senz’altro affermare che alcuni
fossero disabitati già fra fine del secolo XV e la metà del XVI.
Il monastero di San Pietro in
Lago era già abbandonato nel 1523 e i pochi abitanti stanziati
nei dintorni dello stesso si accentrarono in Villalago, che nel
1532 aveva 64 fuochi, cioè circa 320 abitanti, e nel 1595 ne
assommava 73 (365 abitanti circa). Le località di Sant’Angelo ad
Aqua Viva e Scano Vechio sono segnalate come già distrutte e
abbandonate nel 1553. Collangelo e Jovana, nel territorio di
Scanno, che nel secolo XIV avevano, come riferito, ciascuna una
loro chiesa, erano già abbandonate nella seconda metà del XV
secolo. Da un documento del 1468 apprendiamo che Ferdinando
d’Aragona investe i membri della famiglia di Sangro della metà
delle terre di Bugnara, della terza parte di Frattura e della
terza parte delle “Castelle inabitate” di Collangelo e Jovana.
Da questa data tutti i documenti che riguardano i feudi in
queste due località non le menzionano più come abitate. La
tradizione vuole che gli abitanti si concentrassero a Scanno,
che soltanto da allora cominciò ad acquistare una posizione
preminente: aveva 135 fuochi nel 1532, 228 nel 1545, 368 nel
1595. E presumibile, dal rapido incremento riferito, che
l’afflusso dovette continuare dalle località viciniori per
tutto il secolo XVI; a riprova di ciò un documento del 1670
attesta che in quell’anno i fuochi erano 510 (2550 abitanti
circa!). In 75 anni la popolazione era aumentata di quasi il
700%, cosa difficilmente spiegabile con un sensibile aumento
della prolificità degli abitanti. Forse una ragione più
plausibile fu di natura fiscale. La Casa Aragona, fino alla
Regina Giovanna II nel 1424, e in seguito gli altri regnanti
d’Aragona, che come noto perpetrarono in tutta l’Italia
un’amministrazione di rapina, attuò una politica di prelievo che
impoverì drasticamente le popolazioni contadine e allevatrici,
costrette quindi a “inurbarsi” per cercare di aumentare il
proprio “potere contrattuale”. Nei vari richiami delle
popolazioni locali ai propri governanti ricorre l’espressione
“altrimenti sarieno obbligati a dishabitare”; tutti i villaggi
erano infatti continuamente dissanguati da guerre e, in tempo di
pace, sempre più frequenti si facevano le incursioni dei
mercenari ” disoccupati”. Questo favorì l’aggregazione in centri
meglio difendibili. Il fenomeno continuò con regolarità, anche
in conseguenza della crescita dell’industria armentaria di cui
parleremo più avanti, tanto che nel 1699 gli abitanti erano 2614
e nel 1706 arrivarono a 2736. Una terribile carestia nel 1764
produsse effetti disastrosi sulla situazione demografica, che
ebbe però di nuovo una subitanea ripresa; infatti il Giustiniani
nel 1804 registra la presenza di 2600 abitanti.
L’organizzazione della vita
civile già in quest’epoca è caratterizzata da forti connotati
democratici. Esisteva una “Corte civile” (sorta di consiglio
comunale) con un Camerlengo, tre sindaci (detti anche “massari”,
come i proprietari di greggi), e da otto
eletti (consiglieri comunali). Il feudatario aveva il privilegio
di scegliere annualmente il Camerlengo in una rosa di tre nomi,
presentati dall’Università (assemblea degli eletti). Come potere
di riequilibrio esisteva una “Corte baronale” che rappresentava
gli interessi del feudatario. I rapporti fra le due corti erano
regolati da uno Statuto comunale, approvato già nel 1602 dal
barone Annibale Pascale e riconfermato nel 1618 da Michele
d’Afflitto. Lo statuto rappresenta una singolare eccezione per
l’epoca, in quanto fu l’Università a riproporlo al feudatario
subentrante, Donna Francesca Albrizio, che lo sottoscrisse il 20
novembre 1630. Tra l’altro, si prevedeva: che il barone non
potesse far pascolare i suoi animali sui terreni demaniali, nè
potesse avviare attività commerciali che fossero in concorrenza
con simili già attive; non richiedere tributi per beni mobili;
nè impedire la pesca nel lago; i suoi rappresentanti della Corte
baronale non potevano inoltre partecipare alle adunanze ove si
discutessero argomenti di interesse comunale o amministrativo.
Insomma si trattava di un vero e proprio manifesto dei diritti
dei cittadini. I feudi disabitati di Collangelo e Jovana furono
alienati nel corso del XVI secolo a compratori di Scanno, che
assunsero in conseguenza il titolo di barone, che all’epoca
veniva elargito con estrema facilità, e con motivazioni quasi
esclusivamente economiche; si consideri che nel Regno i nobili
erano superati in numero solo dagli ecclesiastici e dagli
avvocati (a Napoli, intorno alla metà del Seicento, c’erano
circa trentamila religiosi su una popolazione complessiva di
circa trecentomila persone). La ragione economica era in tal
caso molto evidente: la fame di pascolo che aveva l’Università
di Scanno, che si faceva carico annualmente di 150 ducati per
godere del diritto di sfruttamento delle terre.
E a questo punto è forse il
caso di spendere qualche parola per descrivere il fenomeno
economico che più ha caratterizzato gli ultimi secoli di storia
di questa località, favorendo nel contempo lo sviluppo di altre
forme di attività. Se, come scrive Michele Rak in una delle
tante pubblicazioni promosse dal Museo della Lana di Scanno, la
cultura pastorale è stata una parte importante dell’identità
storica italiana, nel nostro caso non ha senso tentare una
qualunque analisi storica prescindendo dalla vicenda di popolo
rappresentata dal fenomeno della transumanza, che sicuramente
affonda le sue radici nella notte dei tempi, ma assume qui
connotati industriali che possono essere facilmente desunti da
alcune cifre. Si citava prima Giovanna II, che regnò dal 1414 al
1435 e sguinzagliò i suoi gabellieri in molte province del Regno
per riscuotere le ingenti imposte sulle greggi. Nel contempo, a
tutela dei capitali mobiliari del Regno, si sforzò di garantire
l’incolumità dei pastori abruzzesi che venivano regolarmente
rapinati durante le transumanze verso le Puglie. Il 23 agosto
del 1425 emanò infatti un Regio Diploma, all’uopo indirizzato
all’Università di Sulmona. I proprietari di pecore furono
agevolati nei decenni successivi con una serie di facilitazioni
e tutele, che favorirono il prosperare dell’industria ovina,
tanto che non bastavano più i terreni demaniali per garantire
sufficienti pascoli.
Una svolta per il
consolidamento dello sviluppo fu l’istituzione della Dogana di
Puglia, ad opera di Alfonso I d’Aragona, nel 1447, con sede
dapprima a Lucera e quindi a Foggia. Alfonso obbligò tutti i
pastori suoi sudditi a svernare nel Tavoliere, impedendo loro di
recarsi nell’Agro romano o nella Maremma. In tal modo, se
cessarono i contatti con i pascoli tirrenici, si rafforzarono
però quelli con la Puglia, destinati a caratterizzare per tre
secoli e mezzo l’economia e la vita stessa di intere
popolazioni. I perni attorno ai quali si reggeva la macchina
della transumanza erano: il sistema degli affitti e della
divisione dei pascoli del Tavoliere; l’organizzazione del
controllo sulla rete dei tratturi; il sistema di pesatura,
immagazzinamento e vendita della lana; la “generalità dei
locali” (un’assemblea che riuniva tutti i proprietari di
pecore); la fiera di maggio, in cui venivano smerciati i
prodotti legati all’allevamento ovino. Tra i paesi coinvolti
nella transumanza in Puglia, Scanno rivestiva un ruolo di
primaria importanza: Basti pensare che secondo alcune stime,
ricavabili dagli archivi municipali di Scanno, nel 1645
risultavano censite 67.486 pecore, con sei proprietari di più di
tremila pecore e dodici con più di mille; nel 1675 la stima è di
63.763 capi; nel 1745 c’erano 86.749 capi. Ma al di là del
numero di pecore, l’importanza che il fenomeno assunse è
comprovata dai dati relativi ai locati (i proprietari delle
greggi). A tale proposito, il giurista scannese Antonio Silla,
autore tra l’altro di un trattatello anonimo in cui confutava le
tesi di Cesare Beccaria, nella sua opera La pastorizia difesa
(1793) riporta in appendice il numero dei locati di tutti i
principali centri armentari. Da Scanno partivano 139 locati, 7
da Frattura e 2 da Villalago. Scanno era superata solo da Castel
del Monte, che ne aveva 197. E’ necessario tenere conto che
Foggia ne aveva 71 ed era considerata ricchissima di bestiame,
e che in totale Silla cita 350 località, distribuite in Abruzzo,
Molise, Puglia e Basilicata. L’industria del pannolana poté
godere nelle località più importanti, come Scanno e Castel del
Monte, di particolari franchigie sin dal ‘500, anche in
considerazione della titolarità di un contratto di fornitura in
esclusiva del panno per i sai dei Francescani. Alla fine del
‘500 vi erano a Scanno 5 gualchiere, di cui si rinviene ancor
oggi cospicua traccia in zona San Liborio. Questo sviluppo
favorì il fiorire di attività (oggi definibili come “indotto”)
molto rilevanti: concia delle pelli, produzione di latticini,
formaggi e carne, fabbricazione di scarpe, tessitura dei
pannilana, artigianato della coloritura. I più importanti
“segreti industriali” erano rappresentati dall’arte della
coloritura della lana e da quella, non meno invidiata, della
produzione del formaggio dalla scorza nera. A proposito del
primo e dell’agiatezza dell’epoca, Michele Torcia, nel Saggio
itinerario nel paese dei Peligni, scriveva nel 1792: “La
dote dicesi a sette o a dieci; ed allora il corredo delle vesti
deve completare quel numero: ma tutte di diverso colore, e sono
durevolissime per la vita intera; tutta lavoro delle loro mani.
La più abile maestra è or la Sig. Colomba Mancinelli, sorella di
Agostino Mancinelli, espertissimo nell’arte di scrivere e di
conti, e Nano di 40 anni più piccolo di quel defonto di
Francavilla. Tal maestra ha avuto l’onor di parlar al Re a
Caserta in favor di suo marito e di ottenerne la giustizia
dovuta contro un calunniatore”. Tradizione vuole che Colomba
Mancinelli fosse chiamata personalmente dal re ad insegnare arte
della coloritura presso il setificio di Santa Maria di Leuca.
Riguardo alla seconda
attività citata, ci piace citare un passo di un articolo
pubblicato dall’illustre concittadino Aureliano Del Fattore nel
numero di agosto 1958 del periodico di Scanno La Foce:
“La fabbricazione veniva eseguita in alta montagna, vicino alle
mandrie, dove era raccolto il latte dentro caldai cilindrici,
della capacità perfino di alcuni ettolitri, chiamati ‘caccavi’.
Essi, sospesi da robusti pali sovra al focolaio, venivano
riscaldati a una temperatura sufficiente per preparare col latte
la pasta o cagliata, aggiungendovi un sufficiente presame. Indi
con un palo cilindrico leggermente rigonfio all’estremità il
pastore confezionante, chiamato ‘casciere’, ne ricavava la
pasta, riducendo la cagliata con il palo, detto ‘rompituro’, in
minuti pezzi, e poscia la riuniva […]. Dopo 15 giorni circa le
forme venivano immesse nel bagno che doveva dare ad esse il
colore nero. Questo bagno, opera completa dei pastori, era
preparato con una decozione di fuliggine, raccolta dalle gole
fumarie dei focolai domestici”. Veniva mescolata con solfato
ferroso (vetriolo verde) e con il cinque per cento di solfato di
alluminio e potassio (allume di rocca). Dopo ventiquattro ore le
forme venivano estratte e unte con olio. La tinta imprimeva
colore, conservando una fragranza e un sapore particolari, che
non ci è più dato di apprezzare.
La grande industria della
transumanza entrò in crisi a partire dalla metà del Settecento,
per una serie di fattori concomitanti fra cui il trauma prodotto
dalla terribile carestia del 1764, che uccise in tutto il Regno
più di 200.000 persone. Dopo di allora, si fece strada una
politica di riconversione agricola del Tavoliere (e di graduale
espulsione di greggi e pastori) nella convinzione che un così
vasto serbatoio di grano avrebbe potuto scongiurare in futuro
simili catastrofi demografiche. Inoltre ci fu l’abolizione, nel
1806, della Dogana di Foggia ad opera del governo francese. Per
effetto di tale provvedimento, tutti i privilegi e le franchigie
goduti per secoli dai pastori venivano cancellati, e chiunque
diventava libero di acquistare i pascoli della Corona. Fu così
che il numero di greggi transumanti conobbe un lento declino,
che divenne assai più consistente nel corso dell’Ottocento.
Anche le grandi famiglie di proprietari abbandonarono
gradualmente questa attività investendo capitai
nell’agricoltura, acquistando terreni nelle zone più basse o più
spesso proprio nel Tavoliere. Si spegneva così una industria che
aveva assicurato per secoli a Scanno una notevole floridezza
economica, e che aveva consentito di esprimere livelli di
cultura e di civiltà superiori a quelli di aree più favorite dal
clima e dalla natura. Nel periodo della massima floridezza si
erano infatti affermate a Scanno molte famiglie borghesi,
esponenti a pieno titolo dell’alta borghesia del Regno. Erano
emerse personalità illustri in campo giuridico (Giuseppe
Colarossi, Francesco Giuseppe De Angelis), storico e filosofico
(Vincenzo Ciorla, Antonio Silla) e letterario (Romualdo
Parente). Il ceto intellettuale locale aveva trovato per un
certo periodo un centro di aggregazione nell’Accademia dei
Gelati, mentre la musica vantava un’antica tradizione, al punto
che Michele Torcia scrisse nel 1792 che a Scanno essa si
coltivava “da più di due secoli”. Grande cura era rivolta
all’istruzione pubblica, curata, a partire dal 1711, dai padri
Scolopi, chiamati a Scanno grazie a un lascito dei concittadini
Donatangelo e Alessandro Roscelli. Nel 1791 iniziò il dominio
dei Caracciolo di Melissano su Scanno. Essi ottennero il feudo
in conseguenza delle misere condizioni in cui versava la
famiglia d’Afflitto, che conduceva un tenore di vita
assolutamente sproporzionato rispetto alle sostanze disponibili.
Si dovette persino istituire una “Fondazione per maritaggi” che
prese il nome di “Monte dei ventinove”, per assicurare uno
straccio di dote alle figlie del barone. Proprio in questo
periodo hanno inizio i grandi moti rivoluzionari del periodo
napoleonico, in seguito ai quali il Regno delle Due Sicilie
passò sotto la dominazione francese. Dopo alcune incursioni, in
una delle quali, nel 1796, ci furono tre morti, nel gennaio del
1799 le truppe francesi invasero il paese, razziando persino i
paramenti sacri della chiesa parrocchiale e l’urna d’argento che
custodiva i resti di San Costanzo, insieme a molti altri oggetti
di valore. Secondo una tradizione non documentata i notabili
pagarono un forte riscatto per evitare guai peggiori, quali
quelli che toccarono, ad esempio, alla vicina Villalago.
Comunque ci furono anche in questa occasione due morti. Nel 1806
fu posto sul trono Giuseppe Bonaparte che abolì tutti i
privilegi feudali, attraverso la promulgazione di una legge che
ben presto rivelò i suoi sconvolgenti effetti in tutto il Regno.
Ne seguì un periodo connotato da forte instabilità, aggravata
dagli strascichi della menzionata carestia del 1764, che
produsse a Scanno 94 morti, di cui 27 giovani al disotto dei 15
anni. Bufere di neve interminabili flagellarono il paese, il
freddo distrusse interamente i raccolti. “Anno di morte e di
miseria”, scrisse sul registro parrocchiale l’arciprete Don
Leonardo Ciancarelli. Una serie di concause, politiche e
socio-economiche, contribuirono al sorgere del fenomeno del
brigantaggio, nella cui analisi non possiamo addentrarci, ma del
quale è opportuno segnalare qualche emblematico episodio, a
segno di quanto poté essere radicato nei nostri territori. Già
nel 1588 Marco Sciarra, originario del Teramano, terrorizzava
l’Abruzzo intero in testa a un vero e proprio esercito di 800
uomini. Dopo aver messo a ferro e fuoco tutto il circondano,
dando alle fiamme Vittorito, Introdacqua, Bugnara, svernò in
zona e l’anno dopo diede l’attacco a Scanno, dove trovò una
resistenza acerrima e fu costretto a ritirarsi. Per vendetta
distrusse i raccolti, gli armenti, gli stazzi, uccidendo i pochi
pastori che erano rimasti nei pascoli. In un “diario” di Nicola
del Fattore, pubblicato grazie all’amico Giorgio Morelli, si
legge: “5 ottobre 1809. Si stava combattendo con i briganti che
volevano entrare in Scanno”. L’estrema stringatezza della
notazione segnala appunto la normalità attribuita al fatto, in
contrasto con altre notizie, sicuramente meno importanti ai
nostri occhi, alle quali l’estensore dedica maggiore attenzione.
D’altro canto questo distacco si potrà meglio capire se si tiene
conto di quanto era accaduto nei decenni precedenti. Due anni
prima il bandito Giovanni Ventresca di Introdacqua uccise a
Frattura l’arciprete di Villalago Giovan Luigi De Nino.
Parecchie bande operarono in zona, utilizzando come rifugio
pressoché inaccessibile il Piano delle Cinquemiglia con tutte le
cime intorno. Quando ne avevano la possibilità, accedevano ai
centri urbani, spinti da motivazioni di razzia economica e di
altra natura. Nelle memorie scritte da un suo compagno di cella,
il brigante Antonio Gasparoni, titolando senza perifrasi la sua
cronaca Mia vita di brigante, pubblicata per la prima
volta nel 1952, narra le “gesta” del suo capobanda Michele
Màgari. Nel 1821 riuscirono a vincere le resistenze degli
scannesi alla Porta Santa Maria, verso l’alba, armati di
archibugi e pugnali, e si diedero da fare per cercare qualche
possidente che potesse riempire le loro capaci borse. Un
“massaro” fu incaricato della “questua” ma questi avvertì anche
i gendarmi, che non riuscirono però ad acciuffare il brigante.
Il pastore si trasferì nella zona di Rivisondoli, ma dopo
qualche tempo il Màgari, individuatolo, si recò a pranzo nella
sua capanna, portando con sé un barile di vino, per non
insospettire l’ospite. Quando furono tutti alticci il Màgari
afferrò con grande furore una scure e “cominciò a menar fendenti
a destra e a sinistra sui poveri pastori terrorizzati: avvenne
così sull’istante la più terribile strage di pastori che fosse
mai dato di vedere. Ne furono contati dodici stesi a terra;
mille pecore e sei bestie da soma fecero la stessa fine”. In
corrispondenza di molti ballatoi, nelle case dell’epoca,
venivano ricavate feritoie, alcune ancora ben visibili, nelle
quali potevano essere innestati fucili che puntavano
sull’ingresso della casa, per colpire infallibilmente visitatori
pericolosi. Fra gli scannesi vanno annoverati alcuni di costoro;
tal Nunziato di Clemente, figlio di Antonio, appartenne alla
famigerata banda di Atessa che seminò terrore in molte contrade
abruzzesi; su tale Peppe Cocco, sempre di Scanno, ci ha lasciato
memorie molto poco edificanti il poeta pastore Cesidio Gentile,
di Pescasseroli, che descrive con lo stile del cantastorie le
atrocità commesse dalla banda del Ventresca, del quale il Cocco
era accolito, soprattutto un eccidio efferato compiuto a Gioia
dei Marsi. Talmente numerosi sono gli episodi e le cronache di
violenze e sopraffazioni, che è facilmente comprensibile il
grande impegno che il neonato Regno d’Italia mise immediatamente
nella lotta contro il fenomeno. Sia sufficiente al lettore
considerare che era prassi, per tutti gli Scannesi che si
spostavano verso gli Altopiani Maggiori, di fare testamento. È
evidente che i fuochi del brigantaggio erano alimentati dallo
Stato Pontificio da una parte e dai Borboni dall’altra, ambedue
interessati a creare difficoltà all’unificazione piemontese,
vissuta come un’occupazione. Ma questa è un’altra storia. Di
fatto, il 16 gennaio del 1862 giunsero a Scanno i primi
carabinieri fra i quali c’era un giovanotto del Nord di nome
Chiaffredo Bergia. Il 19 agosto dello stesso anno nel corso di
un appostamento uccise un brigante; il 6 settembre partecipò a
una battuta su vasta scala, contribuendo alla cattura di tre
uomini; nell’aprile del 1863 tenne testa da solo alla banda di
Filippo Tamburrini, che aveva teso un agguato alla sua pattuglia
presso l’altopiano Le Prata. Dopo un trasferimento tornò a
Scanno nel 1870, riprendendo con medesima vigoria l’attività
repressiva, catturando nel 1872, in un epico scontro a Chiarano
di Scanno il brigante Croce di Tola, detto “Crucitte”, di
Roccaraso, che morirà di cancrena dopo qualche giorno,
annientandone la banda.
Guadagnò in pochi anni 17 medaglie di bronzo,
5 d’argento, 2 d’oro, una delle quali consegnata dal Comune di
Scanno. Che fossero tempi difficili si evince da una
deliberazione comunale del 7 agosto 1871, con la quale veniva
assegnata al Bergia l’alta onorificenza. Al punto 2 si delibera:
“Che sia aperta fra i proprietari di armenti di questo comune
una sottoscrizione volontaria per raccogliere le somme
necessarie alla coniazione di una medaglia d’oro da consegnarsi
al Sig. Bergia e di tre medaglie d’argento da darsi ai tre
carabinieri che presero parte alla cattura di Croce di Tola”;
mentre al successivo punto 3 si aggiunge: “Che tenuto conto
della posizione non fortunata della Finanza Comunale,
l’Amministrazione Municipale concorra con sole lire cinquanta
per le medaglie dette sopra; somme da prelevarsi dal fondo delle
imprevedute per l’esercizio in corso”. Di questo periodo vanno
riferiti ancora due elementi significativi: la famiglia Di
Rienzo comincia a sostituire i feudatari, attraverso una lenta
ma progressiva strategia di acquisizioni terriere che inizia nel
1839 e termina nel 1877. Questa stessa borghesia terriera fu
fortemente impegnata nella Carboneria. Seguaci della società
segreta fra i più in vista, ma non unici, furono lo stesso
Antonio Di Rienzo, Giuseppe Notarmuzi, Giuseppe Tanturri e
Giuseppe Liberato. Il fenomeno dell’isolamento e della
progressiva recessione economica si affermò inesorabilmente con
la scomparsa dell’industria armentaria e dei commerci legati ad
essa; e null’altro di significativo si può riferire fino alla
prima guerra mondiale, fatta eccezione per l’apertura della
stazione ferroviaria di Anversa, nel 1887, e per la
contemporanea inaugurazione della rotabile da Anversa a Scanno,
strada che impressiona ancora oggi per l’arditezza
ingegneristica. Finalmente Scanno era collegata al mondo
mediante una porta a nord. L’elenco dei viaggiatori illustri,
italiani e stranieri, che a cavallo dei due secoli visitarono i
luoghi sarebbe troppo lungo. Basti pensare che il re Vittorio
Emanuele III vi giunse più volte in incognito, a partire dal
1909. Le ragioni dello sbigottimento che colpiva, e colpisce
ancora oggi, i visitatori possono essere meglio comprese
attraverso la lettura di qualche passo di una pubblicazione del
1908 di Anne Macdonell, scrittrice inglese che, avendo
conosciuto le cronache di illustri connazionali, quali Richard
Keppel Craven ed Edward Lear, che l’avevano preceduta di qualche
anno, decise di visitare l’Abruzzo, e in particolare di
trattenersi a Scanno. Scrive tra l’altro: “Se Scanno fosse
tagliata fuori dal resto del mondo, sarebbe autosufficiente.
Certamente quasi corrisponde al vero il dire che ogni casa con
la sua famiglia è autosufficiente. I beni importati sono
pochissimi e per un viaggiatore esigente è cosa spiacevole. Il
combustibile cresce sulle montagne boscose, il grano nel magro
suolo che copre le rocce. Ogni famiglia fa il proprio pane. I
piccoli orti nei pendii montani, i maiali, e le galline e le
capre che sono alloggiate misteriosamente dietro a scuri vicoli
e che di giorno si aggirano per le strade, procurano il cibo. Le
pecore, che stanziano a Foggia per tutto l’inverno, qui negli
alti pascoli del Monte Godi o della Montagna Grande durante
l’estate, forniscono quello con cui vestirsi. La lana viene
cardata, tinta, filata e tessuta in casa e con essa vengono
fatti il vestiario, le coperte imbottite ed i copriletti, le
calze, le treccie. Solo del vino e dell’olio Scanno dovrebbe
fare a meno, se Sulmona facesse cessare i rifornimenti, perché
qui sopra non cresce né la vite né l’olivo. L’autosufficienza è
dovuta quasi interamente alle svariate capacità delle donne. La
donna di Scanno genera figli numerosi. Lei cuoce al forno,
tesse, lavora a maglia, tinge e fa il tutto come una cosa ovvia.
Durante l’estate raccoglie il combustibile per il lungo inverno:
un terribile compito! Lavora nei campi, ha cura delle pecore e
del bestiame, fa il mestiere del muratore o posatore di mattoni
[...]. Sono ben consapevoli del loro valore e del loro potere in
famiglia: sono le colonne del luogo ed hanno l’aria di saperlo
[…]. Un servizio religioso nella Chiesa Parrocchiale o in quella
di San Rocco è un curioso spettacolo: il pavimento è ricoperto
come a tappeto da figure scure accovacciate; le donne di Scanno
non usano la sedia, eccetto quando sono a pranzo. La loro
posizione preferita, quando sono a riposo, e la loro posizione
abituale in chiesa, è lo stare sedute con le gambe incrociate
sul pavimento, al modo dei turchi […].
Sono esse orientali? Alcuni le dicono discendenti dei Saraceni
di Federico II; altri ritengono che i loro antenati appartennero
a tribù nomadi dell’Asia Minore”. Insomma un’autarchia
matriarcale che continua con la fine dell’allevamento ovino,
accentuandosi fra le due guerre.
Per la vicina frazione di
Frattura, che ha condiviso in larghissima misura le vicende
storiche di Scanno, il colpo di grazia fu rappresentato dal
terremoto della Marsica del 1915, che distrusse il paese e mieté
162 vittime su una popolazione di circa 500 abitanti. Per uno
strano gioco del destino Scanno subì pochissimi danni, come era
già accaduto nel precedente terremoto della Valle Peligna del
1706, che aveva distrutto già una volta Frattura, uccidendo 63
abitanti.
Fra le due guerre
l’emigrazione fu rivolta prevalentemente in America, ma la
tenuta demografica fu assicurata dalla permanenza a Scanno di
gran parte delle donne e dalla propaganda per l’incremento
demografico; a ciò si aggiunga il divieto di emigrazione del
regime fascista, stabilito nel 1936. Il numero di abitanti è
rimasto sostanzialmente attestato intorno alle 4000 unità fino
alla fine degli anni ‘50, quando si affermò un forte movimento
migratorio “europeo”, di tipo prevalentemente stagionale, oltre
che “americano”, di tipo permanente. Una notazione che può
apparire ovvia è che gli emigrati “permanenti” risultano, a
distanza di anni, occupati nelle attività più disparate, mentre
gli stagionali erano in prevalenza occupati nell’edilizia o
nell’industria.
Un freno importantissimo
all’esodo di popolo, oltre che un determinante incentivo al
rientro cominciò ad essere rappresentato dalla nascita
dell’industria turistica. Il primo vero albergo, il Pace, ancora
attivo, meta di illustri viaggiatori, fu inaugurato nel 1906, ma
si può affermare che fino alla seconda guerra mondiale non si
verificò un vero e proprio sviluppo industriale di questa
attività. Durante la guerra Scanno, come altre località, fu
esempio di dignità e solidarietà. Alcuni illustri “confinati”
soggiornarono a Scanno come graditi ospiti. Ecco cosa scrive
Guido Calogero ai suoi amici studenti, fondatori della Foce:
“Il vostro, — stavo per dire il nostro — paese non ha molto
sofferto per la guerra, a paragone di tanti altri. Tuttavia è
rimasto tagliato fuori da ogni comunicazione stradale; ha
rischiato il pieno isolamento annonario, ha visto gran parte dei
suoi cittadini abbandonare le proprie case per andare a cercar
pane nelle lontane pianure della Puglia […]. Con i più
affettuosi auguri per voi e per il vostro giornale”. D’altro
canto, i ricordi del filosofo erano forti e importanti; dopo l’8
settembre era stato raggiunto a Scanno da un suo giovane
allievo, un tenentino che sarebbe diventato importante: Carlo
Azeglio Ciampi. Si trovava per pura combinazione in licenza a
Castiglioncello; si trasferì a Roma, dove incontrò un suo
amico, lo scannese Nino Quaglione che, vedendolo in difficoltà,
gli offrì di riparare provvisoriamente nel paese, dove rimase
per circa sei mesi. Nel marzo del 1944, con l’aiuto dei
partigiani della Brigata Maiella, fra quali si distinse il suo
amico Carlo Autiero di Sulmona, attraverso il passaggio che
avrebbe preso il nome di “Sentiero della libertà”, insieme a un
gruppo di ex prigionieri anglo-americani passò le linee,
riunendosi all’esercito regolare. Più volte negli ultimi anni il
Presidente ha ricordato quel periodo, quando ci si “divideva il
pane che non c’era”. Anch’egli ama ogni tanto ritornare a
Scanno.
La rinascita del paese ha una data: 7
settembre 1955, data di inaugurazione della seggiovia di
Collerotondo. Come ho scritto di recente, la testardaggine e la
volontà hanno fatto rientrare prima i capitali e poi molti
emigranti. La seggiovia fu interamente finanziata con capitali
di cittadini, turisti, emigranti, attraverso una struttura
giuridica nota a pochi cultori di diritto commerciale: Società
per azioni a sottoscrizione pubblica. Silvana Mangano
sottoscrisse un milione, cifra per l’epoca significativa. Si era
innamorata di Scanno durante le riprese del film
Uomini e lupi.
L’euforia post-bellica
contagiò anche Scanno. L’industria turistica assunse una
rilevanza che, ancora oggi, è dominante sul piano economico.
Tutte le altre attività, ivi compresa una rinata attività
armentizia, che propone i propri prodotti via Internet, sono
collaterali alla prima. Oggi Scanno è un’affermata località di
soggiorno estivo e invernale, con alberghi, ristoranti, negozi,
botteghe artigiane. Anche recentemente il popolo di Scanno sta
cercando, con ostinazione e spirito solidaristico, di rilanciare
il turismo invernale nello sforzo plurisecolare di restare
aggrappati all’aspra e splendida natura, avara di pane, ma ricca
di bellezze.
All’inizio del 2001 si sono
svolte due eccezionali mostre di fotografia: una a Milano, in
piazza del Duomo, dedicata al grandissimo fotografo francese
Cartier Bresson, vivente e ultranovantenne; la seconda a
Palazzo delle Esposizioni, a Roma, dedicata al grande fotografo
italiano Mario Giacomelli, morto nel 2000. Chi ha avuto la
fortuna di visitarle entrambe, ai due ingressi è stato accolto
da due istantanee di Scanno, in formato un metro per settanta.
Per due maestri così lontani
nello stile e nelle concezioni artistiche, i curatori avevano
trovato un unico legame: la magia di questa località. Sotto la
foto di Giacomelli la didàscalia dell’autore era la seguente:
“Scanno è un paese da favola, di gente semplice, dove è bello il
contrasto tra mucche, galline e persone; tra strade bianche e
figure nere, tra bianche mura e neri mantelli. Ho cercato di
fermare alcune di quelle immagini per dare anche agli altri
l’emozione che ho provato di fronte ad un mondo ancora intatto e
spontaneo”.