L'ETA' ANTICA

In vari momenti e in occasioni differenti tracce delle fasi di vita del comprensorio scannese, sebbene non cospicue, sono apparse in vari ambiti, a fornire spunti alla ricerca archeologica per la ricomposizione di un articolato processo storico, per alcuni momenti ancora lacunoso.

Contesti relativi a insediamenti umani sono stati indagati sulle pendici del Toppe Vurgo: risalenti al Paleolitico (ca. 400.000-350.000 anni fa), costituiscono la prima testimonianza di frequentazione in un settore per lungo tempo ancora interessato, a differenti quote, da insediamenti umani; reperti attribuibili al Neolitico (V millennio a.C.), attestati invece sul Monte Genzana, segnano un’ulteriore fase di sfruttamento del territorio, secondo nuovi processi determinati dagli sviluppi noti anche in aree limitrofe. I reperti di epoca successiva, appartenenti al periodo compreso tra la fine dell’età del Bronzo e gli inizi di quella del Ferro (X-IX sec. a.C.), sono stati recuperati durante la costruzione della viabilità circumlacuale, sulla riva sinistra del lago: il fondo di una capanna, riconosciuto anche da resti del rivestimento, è stato datato in base ai frammenti di ceramica di impasto rinvenuti sul posto, ascrivibili al periodo subappenninico-protovillanoviano. Una tale struttura, probabilmente non isolata, fa supporre l’esistenza di un insediamento più ampio posizionato lungo le sponde del bacino lacustre.

In seguito, sono le sepolture a suggerire la presenza di insediamenti umani in vari ambiti del territorio oggi gravitanti intorno al centro abitato: tombe a inumazione, rinvenute nel 1898 durante i lavori per aumentare la portata dell’acqua alla fontana del paese (a destra del Carapale, a sud di Scanno) e tipologicamente affini a quelle “a lastroni”, ossia con copertura e foderatura della fossa realizzate in lastre di pietra locale, hanno restituito reperti attribuibili al Vl-IV sec. a.C.: olle, anforette e kyathoi di ceramica a mano costituivano il corredo dell’inumato, accompagnato anche da oggetti di ornamento in bronzo, tipici del periodo (catenine a doppia maglia, vasetto miniaturistico utilizzato come pendente e doppia spirale).

Sempre nel 1898, una sola sepoltura ad inumazione dello stesso periodo fu rinvenuta in località Acquaviva, nelle immediate vicinanze del lago, lungo la sponda meridionale; appartenente a un individuo adulto, conservava come oggetti distintivi una punta di lancia e un pugnale di ferro, chiari indizi di una comunità in cui le armi costituiscono un elemento necessario per la connotazione sociale e la sopravvivenza del gruppo familiare.

Il tipo di sepoltura a lastroni è frequente nell’Abruzzo interno di età italica e consente di inserire gli esempi scannesi in un ambito più ampio di cui la necropoli di Alfedena costituisce il nucleo meglio indagato, insieme ai limitrofi ritrovamenti di Villetta Barrea (Colle Ciglio), Opi (Val Fondillo) e Anversa degli Abruzzi (loc. Coccitelle); gli oggetti rinvenuti a Scanno nel 1898 furono conservati nei Museo di Alfedena e riprodotti nella monografia dedicata alla necropoli dal Mariani nel 1901, come valido confronto per i ritrovamenti qui effettuati. In effetti Scanno si pone lungo un antico percorso interno che dall’area aufidenate raggiunge la Valle del Sagittario  e da qui il territorio sulmonese, con esiti molteplici e più complessi.

La distribuzione delle sepolture scannesi del VI-IV sec. a.C. consente di ricostruire, per questa epoca, una occupazione sparsa del territorio, in prossimità di fonti d’acqua, secondo un modello diffuso nella regione e in parte conservatosi anche dopo l’urbanizzazione di vasti ambiti seguita alla guerra sociale del I sec. a.C. In tale arco di tempo un ruolo importante di organizzazione del territorio e di riferimento topografico fu svolto dai luoghi di culto determinati dalla presenza di fattori naturali e da un forte senso del divino radicato nelle popolazioni.

In maniera analoga a molti siti dell’Abruzzo, anche a Scanno rinvenimenti di gruppi di piccoli bronzi raffiguranti Ercole, la divinità maggiormente venerata in epoca italica nelle regioni dell’Italia centrale, consente di individuare luoghi in cui il culto era praticato, da solo o in associazione con altri, in stretto legame con la fervida attività pastorale della zona, affidata a Ercole protettore delle greggi. Nel 1874, in località Acquaviva, dove si rinvenne in seguito anche la tomba a inumazione già citata, furono scoperte alcune statuette di Ercole, del tipo in assalto (promachos); uno degli esemplari, oggi non più conservato, alto 27 cm, raffigurava l’eroe con la pelle del leone nemeo avvolta sul capo e legata sul petto, e tre piccoli globi nella mano sinistra, a indicare i pomi del giardino delle Esperidi, oggetto di una delle fatiche sostenute. Un altro gruppo di circa trenta statuette di bronzo di Ercole si rinvenne nel 1838 nella località Fonte Coperta, lungo la riva sinistra del torrente Carapale, sito ugualmente interessato dal ritrovamento di sepolture; qui gli altri materiali recuperati, poi dispersi, esemplificano tipologie ricorrenti in contesti cultuali: statuette di bronzo non meglio specifi­cate, di cui una “perfettissima di forme” fu venduta ad antiquari romani; bovidi in terracotta e monete si ritrovano in contesti sacri a partire dal IV-III sec. a.C., custoditi nelle fosse votive di raccolta degli oggetti dedicati alla divinità.

Nei due siti esaminati l’assenza di strutture murarie consente di poter ipotizzare l’esistenza di culti all’aperto, presso altari che, in altri contesti limitrofi, furono in seguito oggetto di un articolato processo di monumentalizzazione, come nel caso del santuario di Ercole Curino a Sulmona e in quello di Jovis Larene a Cansano.

Le fasi successive alla guerra sociale del I sec. a.C., con la conseguente definizione giuridica dei territori definitivamente assoggettati e l’attribuzione dell’area scannese alla tribù Sergia, come il territorio peligno, hanno lasciato tracce ancora labili e a volte controverse, tanto da rendere incerta una ricostruzione che non si avvale di resti architettonici, ma si fonda su alcuni testi epigrafici la cui origine è ancor oggi discussa.

Uno dei siti maggiormente indiziato come sede di uno stanziamento in età tardo-repubblicana e imperiale è il settore a est del paese, nelle località denominate Giardino, Collangelo, lovana; più in alto i moderni toponimi Vallone dei Romani e Fontana dei Romani suggeriscono lontane ascendenze, dalla tradizione locale connesse al passaggio delle legioni romane verso l’altopiano delle Cinquemiglia. Sul Collangelo il rinveni­mento di materiali da costruzione e di tombe, testimoniato dal De Nino nel testo del 1905, sembrerebbe avvalorare la notizia del rinvenimento di tre iscrizioni (CIL IX, 3088, 3104, 3117) che hanno ripetutamente stimolato gli studiosi alla ricerca di una soluzione topografica e storica richiesta dal contenuto dei testi e dalle indicazioni dei luoghi di ritrovamento. Le tre iscrizioni, di carattere sepolcrale, coprono un arco cronologico compreso tra la fine del I sec. a.C. e il I sec. d.C. e sono oggi murate, secondo una diffusa consuetudine di riutilizzo di blocchi lapidei, l’una nella chiesa di San Giovanni Battista (CIL IX, 3088;  foto 4), l’altra in quella di San Rocco o Madonna del Carmine (CIL IX, 3104; foto 5), mentre non è più rintracciabile la terza (CIL IX, 3117); quest’ultima è nota da una incerta trascrizione del Febonio, autore di una Historia Marsorum del 1678 nella quale, secondo Colarossi Mancini, il toponimo Collangelo fu forse confuso con il Colle Sant’Angelo, nei pressi della già citata località Acquaviva. Infine, oggi nel Museo della Lana, ma un tempo murata in un edificio privato nella località Giardino, nelle vicinanze del luogo di ritrovamento delle altre, si conserva un’iscrizione rinvenuta nel 1921 nel Fosso lovana, nella quale compaiono i medesimi gentilizi (Alfius e Gaidius) attestati nelle due precedenti ancora conservate.

Le difficoltà poste da due delle iscrizioni sono dovute alla presenza di cariche magistratuali afferenti a un municipium: decurio primus a Betifulo e IIIIvir aedilis sono indicati rispettivamente C. GAIDIUS L. F(ILIUS) PRAESENS (iscrizione di San Giovanni Battista) e L. CAIDIUS L. F(ILIUS) AFER (iscrizione nel Museo della Lana), nel secondo caso nella forma corretta del gentilizio. L’impossibilità di una presenza nell’area scannese di tali figure magistratuali, dovuta alla mancanza di un centro urbano giuridicamente definito e strutturato nelle forme consuete di amministrazione che prevedevano i decuriones nell’ordo del municipium e i IIIIviri aediles quali magistrati, ha portato a ipotizzare la provenienza delle iscrizioni scannesi da Sulmona o dal territorio circostante e un loro riutilizzo nei luoghi di rinvenimento. In tal caso verrebbe a cadere la localizzazione nella zona di Scanno del pagus Betifulus, unità territoriale che comprende sia agglomerati (vici) che case sparse, come lascerebbe ipotizzare il ruolo rivestito da C. Gaidius L. f(ilius) Praesens che “fu il primo decu­rione da Betifulo” a prender parte alla vita politica del municipium di Sulmo nel I sec. d.C. e forse a essere poi seppellito nel luogo di origine; dal comprensorio proviene anche un altro decurione, L. Obidius Sagites, citato nell’iscrizione ormai perduta proveniente dalla chiesa di San Pietro presso Villalago (CIL IX; 3093: OBlDIA/ AMOR/ VIVA SIBI/ L. OB[I]DI SAGI­TES DECURIONIS FILIA).

Sebbene in area sulmonese molteplici siano le località nelle quali potrebbe essere riconosciuto il pagus Betifulus, le indicazioni in possesso non indirizzano verso posti certi; la diffusione del gentilizio Caidius (Caedius) tuttavia è attestata con frequenza proprio a Sulmona, già in un’iscrizione in dialetto peligno, indicata come proveniente da Fonte d’Amore, e poi in due in latino (CIL IX, 3087, murata nell’abside della cattedrale di San Panfilo e 3092, oggi non più rintracciabile), mentre Alfius, presente nel I sec. D.C., compare nell’altra iscrizione conservata nella chiesa di San Rocco di Scanno e in una non più rintracciabile di Sulmona (CIL IX, 3085).

Risulta comunque singolare l’attestazione degli stessi gentilizi nella medesima località, mentre permane la difficoltà nel comprendere i motivi e i modi di uno spostamento dei pesanti blocchi iscritti da Sulmona, avvenuto già nel Seicento, come nel caso testimoniato dal Febonio a proposito di CIL IX, 3088. Sembra invece di poter leggere in queste epigrafi, il cui il modello è chiaramente urbano soprattutto nel formulario utilizzato nonostante qualche difficoltà ortografica, una volontà di esaltare i compaesani illustri che onorano con le proprie cariche i luoghi di origine, come accade anche nel vicus Anninus, odierna Lecce dei Marsi, che pone una dedica ad A. Virgio Marso, magistrato e prefetto. In tal modo il territorio scannese, giuridicamente definito nelle forme di pagus, costituirebbe una comunità rurale con un ruolo centrale in una economia basata sulla pastorizia e i connessi commerci, che attraverso i propri abitanti partecipa alla vita amministrativa del municipium; tuttavia, oltre alle indicazioni del De Nino, la mancanza di una sistematica ricognizione di superficie e di successivi e programmati interventi di scavo, sulla base di una necessaria carta archeologica, non ha finora consentito di rintracciare l’effettiva esistenza ed eventuale consistenza di insediamenti di età tardo-repubblicana e imperiale, che verrebbero a fornire definitivamente dei riscontri reali alle ipotesi finora ancorate a dati non sufficientemente certi. Ultime tracce del passato a noi giunte sono quelle di murature, non attribuibili tuttavia a un’epoca definita e viste, secondo le descrizioni fatte al De Nino, da pastori del posto e da lui in parte verificate sul terreno, nei pressi della chiesetta di San Lorenzo, nella località lovana, toponimo che, secondo il Colarossi Mancini, deriverebbe dalla deformazione di lovis Ara, sulla base di quella che rimane ancora una suggestione fonetica non avvalorata da reali riscontri archeologici.
Manuela Ceccaroni  
Scanno Guida storico-artistica alla città e dintorni
CARSA ED.
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DAL MEDIOEVO AI NOSTRI GIORNI

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Il diluvio longobardo si abbatté sulla nostra penisola fra il 568 e il 572. Si stanziarono anche in gran parte delle contrade abruzzesi, lasciando ai Bizantini solo sporadiche sacche di presidio, lungo le coste. Le poche notizie su questo popolo provengono dagli archivi di Bisanzio, da Strabone e da Tacito. Nomadi pastori e saccheggiatori, senza alcuna nozione di agricoltura, adoravano le capre, il Sole e la Terra. Grandi e grossi, portavano barboni e capelli lunghissimi, anche davanti al volto, con la nuca rasata. Qualcosa della tempra e della durezza di carattere di questo popolo, oltre che della forte vocazione nomade, deve essere rimasto negli abitanti delle nostre montagne, prima pastori, poi emigranti.

Arrivarono in circa trecentomila. Paolo Diacono racconta che “le greggi vagavano abbandonate nelle vaste pianure, i genitori lasciavano insepolte le salme dei figli, il grano attendeva invano la falce i grappoli d’uva marcivano nei vigneti Dovunque silenzio, desolazione, fetore di cadaveri in decomposizione ammucchiati nelle piazze o sparsi nelle campagne”. Come gran parte dei popoli nomadi, i Longobardi possedevano però i dono della tolleranza. Essi assimilavano culture, credenze, usanze e religioni; strumentalizzando tutto ai fini del saccheggio e del genocidio. Secondo l’uso furono da essi istituiti sette gastaldati: Marsi, Amiterno, Penne, Chieti, Forcena, Aprutium, Valva. I confini degli stessi erano coincidenti con quelli della giurisdizione diocesana; in quello di Valva erano compresi gli insediamenti dell’alta Valle del Sagittario, fino a Scanno.

In seguito, con la istituzione dei trentasei Ducati, vennero spazzati via gli ultimi formali privilegi delle dinastie senatoriali romane. Posizione di preminenza, per l’irrequietezza e l’aggressività, assunsero nella confederazione quelli di Pavia, Friuli, Benevento e Spoleto, del quale ultimo Scanno continuò a far parte anche sotto il dominio dei Franchi (774). Intorno all’anno 1000 il titolo di conte divenne ereditario; conti del gastaldato di Valva erano, a quell’epoca, Berardo, Todino e Randisio. Nel 1042 il dominio passò a Borello che, dopo essersi trasferiti nella Valle del Sangro, assunsero il nome di di Sangro. Uno dei conti di Sangro, Rinaldo, fu alleato di Federico Il, che aveva stipulato un accordo col sultano Al Kamil ottenendo nel 1229 il controllo di tutti i luoghi più importanti per la cristianità Paradossalmente l’accordo aveva scatenato le ire del Papa Gregorio IX, che riteneva inaccettabile trattare con gli infedeli, a quell’epoca considerati carne da macello. Rendendosi conto del pericolo, Federico ricercò un incontro pacificatore, per far rientrare la scomunica che nel frattempo lo aveva colpito, ma Gregorio si rifiutò di riceverlo, tramando con i comuni del nord per creargli difficoltà. La disputa ultradecennale non avrà termine neppure nel 1241, con la morte del centenario Papa Gregorio, e procurerà lutti, saccheggi all’una e all’altra parte, oltre che a molti comuni dell’Italia centrale, fra cui Scanno, rasa al suolo venti anni prima da un terribile terremoto e nuovamente distrutta dai mercenari guelfi. Furono probabilmente risparmiate da ambedue le calamità le chiese di Sant’Eustachio e di Santa Maria della Valle, l’antica Santa Maria de Scanno, entrambe citate nelle bolle papali di Adriano VI del 1156, di Lucio III del 1183, di Clemente III del 1188. Questo fu probabilmente il periodo più buio dell’intera storia del paese, flagellato da disgrazie naturali di ogni genere e da molteplici faide e odi di fazione.

Se si considerano l’altitudine e l’orografia di questi territori, il fatto che si siano costituiti nuclei urbani dell’importanza di Scanno apparirà incredibile ai viaggiatori che, a cavallo dei secoli XIX-XX, si affacciarono in questo isolato cantone dell’Abruzzo interno. La spiegazione di questo accadimento comporta qualche considerazione sulla storia degli insediamenti umani, che è parte fondamentale dello sviluppo socio-economico della zona.

In un documento del 1069, inserito nella Storia di Montecassino del Gattula, vengono descritti i confini di interesse dell’abbazia: “Fine Scannum et fine serra di caminu de ipsu monte, et fine serra de Monte De Argatone et pergit in Serra de Monte de Pile et pergit in ipso renieczo (Sasso Renicino?) et ab inde ascendit per ipsum montem de Peretola et venit in Macula de Lumenta, et venit per ipsa Pesclatura, que venit in ipso Varecu et venit in Furca Silvagni, et pergit percacumen de Monte Sant’Angeli et descendente per ipsum montem et venit super ipse petre que sunt in pede de Castro Sant’Angeli et pergit per ipsum Pessuletum et ipse petre ubi Lecina vocatur et pergit per ipsu lacu ad coda de Tassetu et pergit longu ipsu lacu de voluntate et venit ad Scannum in priores fines”.

Solo alcuni dei nomi di località riportati nel documento sono identificabili con certezza, ma sono sufficienti ad accertare che il confine territoriale di Scanno saliva a ovest sul Monte Argatone, correva poi a nord e nord-ovest, sulla cresta che fa seguito all’Argatone stesso, volgeva quindi verso est, lungo la costa ancor oggi chiamata Macchia Giumenta, sotto l’abitato di Castrovalva, saliva alla vetta del Monte Genzana (Cacumen de Monte Sant’Angeli), discendendo alle Coste di Secina, nome tuttora vivo, raggiungendo infine il gomito del fiume Tasso (Cauda de Tassetu), e lungo il lago tornava a Scanno. Esisteva dunque già allora un Castrum Sant’Angeli ed esisteva Scanno, ma non è certo che fosse ubicato nel sito attuale, bensì lungo le rive del lago, nella località attualmente chiamata Acquevive.

Al di là del valore storiografico, il documento ha un rilievo poiché rende evidente che il territorio attribuito al “feudo” era, già 1000 anni fa, di entità rilevante, sostanzialmente coincidente con la congruità comunale odierna. In una deposizione del 1553, per una causa riguardante la Contrada Le Coste un tal Nicola de Septe attesta con altri che: “Como vicino et coniocto al territorio Le Coste (a confine con il lago) ci se un castello disfacto chiamato Scano vecchio”, Il documento di cui sopra indica il nome di Sant’Angelo, che si trovava in località Acquevive, a nord rispetto al lago, che dava il nome di Sant’Angelo anche alla collina retrostante, oggi chiamata Sant’Egidio. Si nomina infine un castello che non dovette continuare a esistere ancora per molti anni; di questo castello troviamo traccia anche nell’Archivio municipale di Scanno. Il castello non viene infatti più nominato insieme agli altri citati della diocesi nella Bolla Corografica del 1118, dove viene riferito che i suoi abitanti trasmigrarono a Scanno, che esisteva già da un millennio! Il nome di Sant’Angelo cadde definitivamente, tant’è che nel 1553, come attestato dal documento, la località veniva chiamata “Scano Vechio”. Solo nel 1273 Scanno, con gli altri centri della zona, in seguito alla divisione del Giustizierato d’Abruzzo decisa da Carlo d’Angiò, era entrato a far parte dell’Abruzzo Citeriore. Nel 1315, a seguito di un matrimonio, tutte le terre comprendenti Scanno pervennero sotto il dominio dei d’Aquino, che lo mantennero per oltre due secoli, fino al 1563, quando Ferrante Francesco d’Aquino fu costretto a cedere gran parte dei propri possedimenti ai d’Afflitto, Conti di Trivento.

Risparmiamo al lettore le mille traversie che ci conducono fino al 1662, anno in cui il dominio di tutte le terre del feudo di Scanno venne nelle mani di Tommaso d’Afflitto, conte di Loreto Aprutino, primo esponente della famiglia d’Afflitto che eresse stabilmente a Scanno la propria residenza. Sotto il dominio dei d’Afflitto cominciarono a registrarsi i primi segnali di indebolimento del principato. Causa principale di questo declino fu certamente la creazione della Dogana di Puglia. Le popolazioni cominciarono a manifestare segni di intolleranza del rapporto di tipo feudale e prevalsero sempre più frequentemente segni di ribellione nei confronti dei signorotti locali. Incerte sono le notizie riguardanti il progressivo abbandono di taluni dei centri preesistenti a Scanno. Si può senz’altro affermare che alcuni fossero disabitati già fra fine del secolo XV e la metà del XVI.

Il monastero di San Pietro in Lago era già abbandonato nel 1523 e i pochi abitanti stanziati nei dintorni dello stesso si accentrarono in Villalago, che nel 1532 aveva 64 fuochi, cioè circa 320 abitanti, e nel 1595 ne assommava 73 (365 abitanti circa). Le località di Sant’Angelo ad Aqua Viva e Scano Vechio sono segnalate come già distrutte e abbandonate nel 1553. Collangelo e Jovana, nel territorio di Scanno, che nel secolo XIV avevano, come riferito, ciascuna una loro chiesa, erano già abbandonate nella seconda metà del XV secolo. Da un documento del 1468 apprendiamo che Ferdinando d’Aragona investe i membri della famiglia di Sangro della metà delle terre di Bugnara, della terza parte di Frattura e della terza parte delle “Castelle inabitate” di Collangelo e Jovana. Da questa data tutti i documenti che riguardano i feudi in queste due località non le menzionano più come abitate. La tradizione vuole che gli abitanti si concentrassero a Scanno, che soltanto da allora cominciò ad acquistare una posizione preminente: aveva 135 fuochi nel 1532, 228 nel 1545, 368 nel 1595. E presumibile, dal rapido incremento riferito, che l’afflusso dovette continuare dalle località vicinio­ri per tutto il secolo XVI; a riprova di ciò un documento del 1670 attesta che in quell’anno i fuochi erano 510 (2550 abitanti circa!). In 75 anni la popolazione era aumentata di quasi il 700%, cosa difficilmente spiegabile con un sensibile aumento della prolificità degli abitanti. For­se una ragione più plausibile fu di natura fiscale. La Casa Aragona, fino alla Regina Giovanna II nel 1424, e in seguito gli altri regnanti d’Aragona, che come noto perpetrarono in tutta l’Italia un’amministrazione di rapina, attuò una politica di prelievo che impoverì drasticamente le popolazioni contadine e allevatrici, costrette quindi a “inurbarsi” per cercare di aumentare il proprio “potere contrattuale”. Nei vari richiami delle popolazioni locali ai propri governanti ricorre l’espressione “altrimenti sarieno obbligati a dishabitare”; tutti i villaggi erano infatti continuamente dissanguati da guerre e, in tempo di pace, sempre più frequenti si facevano le incursioni dei mercenari ” disoccupati”. Questo favorì l’aggregazione in centri meglio difendibili. Il fenomeno continuò con regolarità, anche in conseguenza della crescita dell’industria armentaria di cui parleremo più avanti, tanto che nel 1699 gli abitanti erano 2614 e nel 1706 arrivarono a 2736. Una terribile carestia nel 1764 produsse effetti disastrosi sulla situazione demografica, che ebbe però di nuovo una subitanea ripresa; infatti il Giustiniani nel 1804 registra la presenza di 2600 abitanti.

L’organizzazione della vita civile già in quest’epoca è caratterizzata da forti connotati democratici. Esisteva una “Corte civile” (sorta di consiglio comunale) con un Camerlengo, tre sindaci (detti anche “massari”, come i proprietari di greggi), e da otto eletti (consiglieri comunali). Il feudatario aveva il privilegio di scegliere annualmente il Camerlengo in una rosa di tre nomi, presentati dall’Università (assemblea degli eletti). Come potere di rie­quilibrio esisteva una “Corte baronale” che rappresentava gli interessi del feudatario. I rapporti fra le due corti erano regolati da uno Statuto comunale, approvato già nel 1602 dal barone Annibale Pascale e riconfermato nel 1618 da Michele d’Afflitto. Lo statuto rappresenta una singolare eccezione per l’epoca, in quanto fu l’Università a riproporlo al feudatario subentrante, Donna Francesca Albrizio, che lo sottoscrisse il 20 novembre 1630. Tra l’altro, si prevedeva: che il barone non potesse far pascolare i suoi animali sui terreni demaniali, nè potesse avviare attività commerciali che fossero in concorrenza con simili già attive; non richiedere tributi per beni mobili; nè impedire la pesca nel lago; i suoi rappresentanti della Corte baronale non potevano inoltre partecipare alle adunanze ove si discutessero argomenti di interesse comunale o amministrativo. Insomma si trattava di un vero e proprio manifesto dei diritti dei cittadini. I feudi disabitati di Collangelo e Jovana furono alienati nel corso del XVI secolo a compratori di Scanno, che assunsero in conseguenza il titolo di barone, che all’epoca veniva elargito con estrema facilità, e con motivazioni quasi esclusivamente economiche; si consideri che nel Regno i nobili erano superati in numero solo dagli ecclesiastici e dagli avvocati (a Napoli, intorno alla metà del Seicento, c’erano circa trentamila religiosi su una popolazione complessiva di circa trecentomila persone). La ragione economica era in tal caso molto evidente: la fame di pascolo che aveva l’Università di Scanno, che si faceva carico annualmente di 150 ducati per godere del diritto di sfruttamento delle terre.

E a questo punto è forse il caso di spendere qualche parola per descrivere il fenomeno economico che più ha caratterizzato gli ultimi secoli di storia di questa località, favorendo nel contempo lo sviluppo di altre forme di attività. Se, come scrive Michele Rak in una delle tante pubblicazioni promosse dal Museo della Lana di Scanno, la cultura pastorale è stata una parte importante dell’identità sto­rica italiana, nel nostro caso non ha senso tentare una qualunque analisi storica prescindendo dalla vicenda di popolo rappresentata dal fenomeno della transumanza, che sicuramente affonda le sue radici nella notte dei tempi, ma assume qui connotati industriali che possono essere facilmente desunti da alcune cifre. Si citava prima Giovanna II, che regnò dal 1414 al 1435 e sguinzagliò i suoi gabellieri in molte province del Regno per riscuotere le ingenti imposte sulle greggi. Nel contempo, a tutela dei capitali mobiliari del Regno, si sforzò di garantire l’incolumità dei pastori abruzzesi che venivano regolarmente rapinati durante le transumanze verso le Puglie. Il 23 agosto del 1425 emanò infatti un Regio Diploma, all’uopo indirizzato all’Università di Sulmona. I proprietari di pecore furono agevolati nei decenni successivi con una serie di facilitazioni e tutele, che favorirono il prosperare dell’industria ovina, tanto che non bastavano più i terreni demaniali per garantire sufficienti pascoli.

Una svolta per il consolidamento dello sviluppo fu l’istituzione della Dogana di Puglia, ad opera di Alfonso I d’Aragona, nel 1447, con sede dapprima a Lucera e quindi a Foggia. Alfonso obbligò tutti i pastori suoi sudditi a svernare nel Tavoliere, impedendo loro di recarsi nell’Agro romano o nella Maremma. In tal modo, se cessarono i contatti con i pascoli tirrenici, si rafforzarono però quelli con la Puglia, destinati a caratterizzare per tre secoli e mezzo l’economia e la vita stessa di intere popolazioni. I perni attorno ai quali si reggeva la macchina della transumanza erano: il sistema degli affitti e della divisione dei pascoli del Tavoliere; l’organizzazione del controllo sulla rete dei tratturi; il sistema di pesatura, immagazzinamento e vendita della lana; la “generalità dei locali” (un’assemblea che riuniva tutti i proprietari di pecore); la fiera di maggio, in cui venivano smerciati i prodotti legati all’allevamento ovino. Tra i paesi coinvolti nella transumanza in Puglia, Scanno rivestiva un ruolo di primaria importanza: Basti pensare che secondo alcune stime, ricavabili dagli archivi municipali di Scanno, nel 1645 risultavano censite 67.486 pecore, con sei proprietari di più di tremila pecore e dodici con più di mille; nel 1675 la stima è di 63.763 capi; nel 1745 c’erano 86.749 capi. Ma al di là del numero di pecore, l’importanza che il fenomeno assunse è comprovata dai dati relativi ai locati (i proprietari delle greggi). A tale proposito, il giurista scannese Antonio Silla, autore tra l’altro di un trattatello anonimo in cui confutava le tesi di Cesare Beccaria, nella sua opera La pastorizia difesa (1793) riporta in appendice il numero dei locati di tutti i principali centri armentari. Da Scanno partivano 139 locati, 7 da Frattura e 2 da Villalago. Scanno era superata solo da Castel del Monte, che ne aveva 197. E’ necessario tenere conto che Foggia ne aveva 71 ed era consi­derata ricchissima di bestiame, e che in totale Silla cita 350 località, distribuite in Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata. L’industria del pannolana poté godere nelle località più importanti, come Scanno e Castel del Monte, di particolari franchigie sin dal ‘500, anche in considerazione della titolarità di un contratto di fornitura in esclusiva del panno per i sai dei Francescani. Alla fine del ‘500 vi erano a Scanno 5 gualchiere, di cui si rinviene ancor oggi cospicua traccia in zona San Liborio. Questo sviluppo favorì il fiorire di attività (oggi definibili come “in­dotto”) molto rilevanti: concia delle pelli, produzione di latticini, formaggi e carne, fabbricazione di scarpe, tessitura dei pannilana, artigianato della coloritura. I più importanti “segreti industriali” erano rappresentati dall’arte della coloritura della lana e da quella, non meno invidiata, della produzione del formaggio dalla scorza nera. A proposito del primo e dell’agiatezza dell’epoca, Michele Torcia, nel Saggio itinerario nel paese dei Peligni, scriveva nel 1792: “La dote dicesi a sette o a dieci; ed allora il corredo delle vesti deve completare quel numero: ma tutte di diverso colore, e sono durevolissime per la vita intera; tutta lavoro delle loro mani. La più abile maestra è or la Sig. Colomba Mancinelli, sorella di Agostino Mancinelli, espertissimo nell’arte di scrivere e di conti, e Nano di 40 anni più piccolo di quel defonto di Francavilla. Tal maestra ha avuto l’onor di parlar al Re a Caserta in favor di suo marito e di ottenerne la giustizia dovuta contro un calunniatore”. Tradizione vuole che Colomba Mancinelli fosse chiamata personalmente dal re ad insegnare arte della coloritura presso il setificio di Santa Maria di Leuca.

Riguardo alla seconda attività citata, ci piace citare un passo di un articolo pubblicato dall’illustre concittadino Aureliano Del Fattore nel numero di agosto 1958 del periodico di Scanno La Foce: “La fabbricazione veniva eseguita in alta montagna, vicino alle mandrie, dove era raccolto il latte dentro caldai cilindrici, della capacità perfino di alcuni ettolitri, chiamati ‘caccavi’. Essi, sospesi da robusti pali sovra al focolaio, venivano riscaldati a una temperatura sufficiente per preparare col latte la pasta o cagliata, aggiungendovi un sufficiente presame. Indi con un palo cilindrico leggermente rigonfio all’estremità il pastore confezionante, chiamato ‘casciere’, ne ricavava la pasta, riducendo la cagliata con il palo, detto ‘rompituro’, in minuti pezzi, e poscia la riuniva […]. Dopo 15 giorni circa le forme venivano immesse nel bagno che doveva dare ad esse il colore nero. Questo bagno, opera completa dei pastori, era preparato con una decozione di fuliggine, raccolta dalle gole fumarie dei focolai domestici”. Veniva mescolata con solfato ferroso (vetriolo verde) e con il cinque per cento di solfato di alluminio e potassio (allume di rocca). Dopo ventiquattro ore le forme venivano estratte e unte con olio. La tinta imprimeva colore, conservando una fragranza e un sapore particolari, che non ci è più dato di apprezzare.

La grande industria della transumanza entrò in crisi a partire dalla metà del Settecento, per una serie di fattori concomitanti fra cui il trauma prodotto dalla terribile carestia del 1764, che uccise in tutto il Regno più di 200.000 persone. Dopo di allora, si fece strada una politica di riconversione agricola del Tavoliere (e di graduale espulsione di greggi e pastori) nella convinzione che un così vasto serbatoio di grano avrebbe potuto scongiurare in futuro simili catastrofi demografiche. Inoltre ci fu l’abolizione, nel 1806, della Dogana di Foggia ad opera del governo francese. Per effetto di tale provvedimento, tutti i privilegi e le franchigie goduti per secoli dai pastori venivano cancellati, e chiunque diventava libero di acquistare i pascoli della Corona. Fu così che il numero di greggi transumanti conobbe un lento declino, che divenne assai più consistente nel corso dell’Ottocento. Anche le grandi famiglie di proprietari abbandonarono gradualmente questa attività investendo capita­i nell’agricoltura, acquistando terreni nelle zone più basse o più spesso proprio nel Tavoliere. Si spegneva così una industria che aveva assicurato per secoli a Scanno una notevole floridezza economica, e che aveva consentito di esprimere livelli di cultura e di civiltà superiori a quelli di aree più favorite dal clima e dalla natura. Nel periodo della massima floridezza si erano infatti affermate a Scanno molte famiglie borghesi, esponenti a pieno titolo dell’alta borghesia del Regno. Erano emerse personalità illustri in campo giuridico (Giuseppe Colarossi, Francesco Giuseppe De Angelis), storico e filosofico (Vincenzo Ciorla, Antonio Silla) e letterario (Romualdo Parente). Il ceto intellettuale locale aveva trovato per un certo periodo un centro di aggregazione nell’Accademia dei Gelati, mentre la musica vantava un’antica tradizione, al punto che Michele Torcia scrisse nel 1792 che a Scanno essa si coltivava “da più di due secoli”. Grande cura era rivolta all’istruzione pubblica, curata, a partire dal 1711, dai padri Scolopi, chiamati a Scanno grazie a un lascito dei concittadini Donatangelo e Alessandro Roscelli. Nel 1791 iniziò il dominio dei Carac­ciolo di Melissano su Scanno. Essi ot­tennero il feudo in conseguenza delle misere condizioni in cui versava la famiglia d’Afflitto, che conduceva un tenore di vita assolutamente sproporzionato rispetto alle sostanze disponibili. Si do­vette persino istituire una “Fondazione per maritaggi” che prese il nome di “Monte dei ventinove”, per assicurare uno straccio di dote alle figlie del baro­ne. Proprio in questo periodo hanno inizio i grandi moti rivoluzionari del periodo napoleonico, in seguito ai quali il Regno delle Due Sicilie passò sotto la dominazione francese. Dopo alcune incursioni, in una delle quali, nel 1796, ci furono tre morti, nel gennaio del 1799 le truppe francesi invasero il paese, razziando persino i paramenti sacri della chiesa parrocchiale e l’urna d’argento che custodiva i resti di San Costanzo, insieme a molti altri oggetti di valore. Secondo una tradizione non documentata i notabili pagarono un forte riscatto per evitare guai peggiori, quali quelli che toccarono, ad esempio, alla vicina Villalago. Comunque ci furono anche in questa occasione due morti. Nel 1806 fu posto sul trono Giuseppe Bonaparte che abolì tutti i privilegi feudali, attraverso la promulgazione di una legge che ben presto rivelò i suoi sconvolgenti effetti in tutto il Regno. Ne seguì un periodo connotato da forte instabilità, aggravata dagli strascichi della menzionata carestia del 1764, che produsse a Scanno 94 morti, di cui 27 giovani al disotto dei 15 anni. Bufere di neve interminabili flagellarono il paese, il freddo distrusse interamente i raccolti. “Anno di morte e di miseria”, scrisse sul registro parrocchiale l’arciprete Don Leonardo Ciancarelli. Una serie di concause, politiche e socio-economiche, contribuirono al sorgere del fenomeno del brigantaggio, nella cui analisi non possiamo addentrarci, ma del quale è opportuno segnalare qualche emblematico episodio, a segno di quanto poté essere radicato nei nostri territori. Già nel 1588 Marco Sciarra, originario del Teramano, terrorizzava l’Abruzzo intero in testa a un vero e proprio esercito di 800 uomini. Dopo aver messo a ferro e fuoco tutto il circondano, dando alle fiamme Vittorito, Introdacqua, Bugnara, svernò in zona e l’anno dopo diede l’attacco a Scanno, dove trovò una resistenza acerrima e fu costretto a ritirarsi. Per vendetta distrusse i raccolti, gli armenti, gli stazzi, uccidendo i pochi pastori che erano rimasti nei pascoli. In un “diario” di Nicola del Fattore, pubblicato grazie all’amico Giorgio Morelli, si legge: “5 ottobre 1809. Si stava combattendo con i briganti che volevano entrare in Scanno”. L’estrema stringatezza della notazione segnala appunto la normalità attribuita al fatto, in contrasto con altre notizie, sicuramente meno importanti ai nostri occhi, alle quali l’estensore dedica maggiore attenzione. D’altro canto questo distacco si potrà meglio capire se si tiene conto di quanto era accaduto nei decenni precedenti. Due anni prima il bandito Giovanni Ventresca di Introdacqua uccise a Frattura l’arciprete di Villalago Giovan Luigi De Nino. Parecchie bande operarono in zona, utilizzando come rifugio pressoché inaccessibile il Piano delle Cinquemiglia con tutte le cime intorno. Quando ne avevano la possibilità, accedevano ai centri urbani, spinti da motivazioni di razzia economica e di altra natura. Nelle memorie scritte da un suo compagno di cella, il brigante Antonio Gasparoni, titolando senza perifrasi la sua cronaca Mia vita di brigante, pubblicata per la prima volta nel 1952, narra le “gesta” del suo capobanda Michele Màgari. Nel 1821 riuscirono a vincere le resistenze degli scannesi alla Porta Santa Maria, verso l’alba, armati di archibugi e pugnali, e si diedero da fare per cercare qualche possidente che potesse riempire le loro capaci borse. Un “massaro” fu incaricato della “questua” ma questi avvertì anche i gendarmi, che non riuscirono però ad acciuffare il brigante. Il pastore si trasferì nella zona di Rivisondoli, ma dopo qualche tempo il Màgari, individuatolo, si recò a pranzo nella sua capanna, portando con sé un barile di vino, per non insospettire l’ospite. Quando furono tutti alticci il Màgari afferrò con grande furore una scure e “cominciò a menar fendenti a destra e a sinistra sui poveri pastori terrorizzati: avvenne così sull’istante la più terribile strage di pastori che fosse mai dato di vedere. Ne furono contati dodici stesi a terra; mille pecore e sei bestie da soma fecero la stessa fine”. In corrispondenza di molti ballatoi, nelle case dell’epoca, venivano ricavate feritoie, alcune ancora ben visibili, nelle quali potevano essere innestati fucili che puntavano sull’ingresso della casa, per colpire infallibilmente visitatori pericolosi. Fra gli scannesi vanno annoverati alcuni di costoro; tal Nunziato di Clemente, figlio di Antonio, appartenne alla famigerata banda di Atessa che seminò terrore in molte contrade abruzzesi; su tale Peppe Cocco, sempre di Scanno, ci ha lasciato memorie molto poco edificanti il poeta pastore Cesidio Gentile, di Pescasseroli, che descrive con lo stile del cantastorie le atrocità commesse dalla banda del Ventresca, del quale il Cocco era accolito, soprattutto un eccidio efferato compiuto a Gioia dei Marsi. Talmente numerosi sono gli episodi e le cronache di violenze e sopraffazioni, che è facilmente comprensibile il grande impegno che il neonato Regno d’Italia mise immediatamente nella lotta contro il fenomeno. Sia sufficiente al lettore considerare che era prassi, per tutti gli Scannesi che si spostavano verso gli Altopiani Maggiori, di fare testamento. È evidente che i fuochi del brigantaggio erano alimentati dallo Stato Pontificio da una parte e dai Borboni dall’altra, ambedue interessati a creare difficoltà all’unificazione piemontese, vissuta come un’occupazione. Ma questa è un’altra storia. Di fatto, il 16 gennaio del 1862 giunsero a Scanno i primi carabinieri fra i quali c’era un giovanotto del Nord di nome Chiaffredo Bergia. Il 19 agosto dello stesso anno nel corso di un appostamento uccise un brigante; il 6 settembre partecipò a una battuta su vasta scala, contribuendo alla cattura di tre uomini; nell’aprile del 1863 tenne testa da solo alla banda di Filippo Tamburrini, che aveva teso un agguato alla sua pattuglia presso l’altopiano Le Prata. Dopo un trasferimento tornò a Scanno nel 1870, riprendendo con medesima vigoria l’attività repressiva, catturando nel 1872, in un epico scontro a Chiarano di Scanno il brigante Croce di Tola, det­to “Crucitte”, di Roccaraso, che morirà di cancrena dopo qualche giorno, annientandone la banda.

Guadagnò in pochi anni 17 medaglie di bronzo, 5 d’argento, 2 d’oro, una delle quali consegnata dal Comune di Scanno. Che fossero tempi difficili si evince da una deliberazione comunale del 7 agosto 1871, con la quale veniva assegnata al Bergia l’alta onorificenza. Al punto 2 si delibera: “Che sia aperta fra i proprietari di armenti di questo comune una sottoscrizione volontaria per raccogliere le somme necessarie alla coniazione di una medaglia d’oro da consegnarsi al Sig. Bergia e di tre medaglie d’argento da darsi ai tre carabinieri che presero parte alla cattura di Croce di Tola”; mentre al successivo punto 3 si aggiunge: “Che tenuto conto della posizione non fortunata della Finanza Comunale, l’Amministrazione Municipale concorra con sole lire cinquanta per le medaglie dette sopra; somme da prelevarsi dal fondo delle imprevedute per l’esercizio in corso”. Di questo periodo vanno riferiti ancora due elementi significativi: la famiglia Di Rienzo comincia a sostituire i feudatari, attraverso una lenta ma progressiva strategia di acquisizioni terriere che inizia nel 1839 e termina nel 1877. Questa stessa borghesia terriera fu fortemente impegnata nella Carboneria. Seguaci della società segreta fra i più in vista, ma non unici, furono lo stesso Antonio Di Rienzo, Giuseppe Notarmuzi, Giuseppe Tanturri e Giuseppe Liberato. Il fenomeno dell’isolamento e della progressiva recessione economica si affermò inesorabilmente con la scom­parsa dell’industria armentaria e dei commerci legati ad essa; e null’altro di significativo si può riferire fino alla prima guerra mondiale, fatta eccezione per l’apertura della stazione ferroviaria di Anversa, nel 1887, e per la contemporanea inaugurazione della rotabile da Anversa a Scanno, strada che impressiona ancora oggi per l’arditezza ingegneristica. Finalmente Scanno era collegata al mondo mediante una porta a nord. L’elenco dei viaggiatori illustri, italiani e stranieri, che a cavallo dei due secoli visitarono i luoghi sarebbe troppo lungo. Basti pensare che il re Vittorio Emanuele III vi giunse più volte in incognito, a partire dal 1909. Le ragioni dello sbigottimento che colpiva, e colpisce ancora oggi, i visitatori possono essere meglio comprese attraverso la lettura di qualche passo di una pubblicazione del 1908 di Anne Macdonell, scrittrice inglese che, avendo conosciuto le cronache di illustri connazionali, quali Richard Keppel Craven ed Edward Lear, che l’avevano preceduta di qualche anno, decise di visitare l’Abruzzo, e in particolare di trattenersi a Scanno. Scrive tra l’altro: “Se Scanno fosse tagliata fuori dal resto del mondo, sarebbe autosufficiente. Certamente quasi corrisponde al vero il dire che ogni casa con la sua famiglia è autosufficiente. I beni importati sono pochissimi e per un viaggiatore esigente è cosa spiacevole. Il combustibile cresce sulle montagne boscose, il grano nel magro suolo che copre le rocce. Ogni famiglia fa il proprio pane. I piccoli orti nei pendii montani, i maiali, e le galline e le capre che sono alloggiate misteriosamente dietro a scuri vicoli e che di giorno si aggirano per le strade, procurano il cibo. Le pecore, che stanziano a Foggia per tutto l’inverno, qui negli alti pascoli del Monte Godi o della Montagna Grande durante l’estate, forniscono quello con cui vestirsi. La lana viene cardata, tinta, filata e tessuta in casa e con essa vengono fatti il vestiario, le co­perte imbottite ed i copriletti, le calze, le treccie. Solo del vino e dell’olio Scanno dovrebbe fare a meno, se Sulmona fa­cesse cessare i rifornimenti, perché qui sopra non cresce né la vite né l’olivo. L’au­tosufficienza è dovuta quasi interamen­te alle svariate capacità delle donne. La donna di Scanno genera figli numerosi. Lei cuoce al forno, tesse, lavora a maglia, tinge e fa il tutto come una cosa ovvia. Durante l’estate raccoglie il combustibile per il lungo inverno: un terribile compito! Lavora nei campi, ha cura delle pecore e del bestiame, fa il mestiere del muratore o posatore di mattoni [...]. Sono ben consapevoli del loro valore e del loro potere in famiglia: sono le colonne del luogo ed hanno l’aria di saperlo […]. Un servizio religioso nella Chiesa Parrocchiale o in quella di San Rocco è un curioso spettacolo: il pavimento è ricoperto come a tappeto da figure scure accovacciate; le donne di Scanno non usano la sedia, eccetto quando sono a pranzo. La loro posizione preferita, quando sono a riposo, e la loro posizione abituale in chiesa, è lo stare sedute con le gambe incrociate sul pavimento, al modo dei turchi […]. Sono esse orientali? Alcuni le dicono discendenti dei Saraceni di Federico II; altri ritengono che i loro antenati appartennero a tribù nomadi dell’Asia Minore”. Insomma un’autarchia matriarcale che continua con la fine dell’allevamento ovino, accentuandosi fra le due guerre.

Per la vicina frazione di Frattura, che ha condiviso in larghissima misura le vicende storiche di Scanno, il colpo di grazia fu rappresentato dal terremoto della Marsica del 1915, che distrusse il paese e mieté 162 vittime su una popolazione di circa 500 abitanti. Per uno strano gioco del destino Scanno subì pochissimi danni, come era già accaduto nel precedente terremoto della Valle Peligna del 1706, che aveva distrutto già una volta Frattura, uccidendo 63 abitanti.

Fra le due guerre l’emigrazione fu rivolta prevalentemente in America, ma la tenuta demografica fu assicurata dalla permanenza a Scanno di gran parte delle donne e dalla propaganda per l’incremento demografico; a ciò si aggiunga il divieto di emigrazione del regime fascista, stabilito nel 1936. Il numero di abitanti è rimasto sostanzialmente attestato intorno alle 4000 unità fino alla fine degli anni ‘50, quando si affermò un forte movimento migratorio “europeo”, di tipo prevalentemente stagionale, oltre che “americano”, di tipo permanente. Una notazione che può apparire ovvia è che gli emigrati “permanenti” risultano, a di­stanza di anni, occupati nelle attività più disparate, mentre gli stagionali erano in prevalenza occupati nell’edilizia o nell’industria.

Un freno importantissimo all’esodo di popolo, oltre che un determinante incentivo al rientro cominciò ad essere rappresentato dalla nascita dell’industria turistica. Il primo vero albergo, il Pace, ancora attivo, meta di illustri viaggiatori, fu inaugurato nel 1906, ma si può affermare che fino alla seconda guerra mondiale non si verificò un vero e proprio sviluppo industriale di questa attività. Durante la guerra Scanno, come altre località, fu esempio di dignità e solidarietà. Alcuni illustri “confinati” soggiornarono a Scanno come graditi ospiti. Ecco cosa scrive Guido Calogero ai suoi amici studenti, fondatori della Foce: “Il vostro, — stavo per dire il nostro — paese non ha molto sofferto per la guerra, a paragone di tanti altri. Tuttavia è rimasto tagliato fuori da ogni comunicazione stradale; ha rischiato il pieno isolamento annonario, ha visto gran parte dei suoi cittadini abbandonare le proprie case per andare a cercar pane nelle lontane pianure della Puglia […]. Con i più affettuosi auguri per voi e per il vostro giornale”. D’altro canto, i ricordi del filosofo erano forti e importanti; dopo l’8 settembre era stato raggiunto a Scanno da un suo giovane allievo, un tenentino che sarebbe diventato importante: Carlo Azeglio Ciampi. Si trovava per pura combinazione in licenza a Castiglioncello; si trasferì a Roma, dove in­contrò un suo amico, lo scannese Nino Quaglione che, vedendolo in difficoltà, gli offrì di riparare provvisoriamente nel paese, dove rimase per circa sei mesi. Nel marzo del 1944, con l’aiuto dei partigiani della Brigata Maiella, fra quali si distinse il suo amico Carlo Autiero di Sulmona, attraverso il pas­saggio che avrebbe preso il nome di “Sentiero della libertà”, insieme a un gruppo di ex prigionieri anglo-americani passò le linee, riunendosi all’esercito regolare. Più volte negli ultimi anni il Presidente ha ricordato quel periodo, quando ci si “divideva il pane che non c’era”. Anch’egli ama ogni tanto ritornare a Scanno.

La rinascita del paese ha una data: 7 settembre 1955, data di inaugurazione della seggiovia di Collerotondo. Come ho scritto di recente, la testardaggine e la volontà hanno fatto rientrare prima i capitali e poi molti emigranti. La seggiovia fu interamente finanziata con capitali di cittadini, turisti, emigranti, attraverso una struttura giuridica nota a pochi cultori di diritto commerciale: Società per azioni a sottoscrizione pubblica. Silvana Mangano sottoscrisse un milione, cifra per l’epoca significativa. Si era innamorata di Scanno durante le riprese del film Uomini e lupi.

L’euforia post-bellica contagiò anche Scanno. L’industria turistica assunse una rilevanza che, ancora oggi, è dominante sul piano economico. Tutte le altre attività, ivi com­presa una rinata attività armentizia, che propone i propri prodotti via Internet, sono collaterali alla prima. Oggi Scanno è un’af­fermata località di soggiorno estivo e invernale, con alberghi, ristoranti, negozi, botteghe artigiane. Anche recentemente il popolo di Scanno sta cercando, con ostinazione e spirito solidaristico, di rilanciare il turismo invernale nello sforzo plurisecolare di restare aggrappati all’aspra e splendida natura, avara di pane, ma ricca di bellezze.

All’inizio del 2001 si sono svolte due ec­cezionali mostre di fotografia: una a Milano, in piazza del Duomo, dedicata al grandissimo fotografo francese Cartier Bresson, vivente e ultranovantenne; la se­conda a Palazzo delle Esposizioni, a Roma, dedicata al grande fotografo ita­liano Mario Giacomelli, morto nel 2000. Chi ha avuto la fortuna di visitarle entrambe, ai due ingressi è stato accolto da due istantanee di Scanno, in formato un metro per settanta.

Per due maestri così lontani nello stile e nelle concezioni artistiche, i curatori avevano trovato un unico legame: la magia di questa località. Sotto la foto di Giacomelli la didàscalia dell’autore era la seguente: “Scanno è un paese da favola, di gente semplice, dove è bello il contrasto tra mucche, galline e persone; tra strade bianche e figure nere, tra bianche mura e neri mantelli. Ho cercato di fermare alcune di quelle immagini per dare anche agli altri l’emozione che ho provato di fronte ad un mondo ancora intatto e spontaneo”.